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Grammy a Fela Kuti, paladino della lotta contro il neocolonialismo, a 30 anni dalla sua morte

Grammy a Fela Kuti

Il nome originario era Gramophone Awards. I Grammy Awards sono riconoscimenti nel campo della musica conferiti dalla National Academy of Recording Arts and Science, un’organizzazione statunitense di artisti operatori professionisti nel campo della musica. I Grammy Awards sono nati negli anni ‘50, quest’anno si è arrivati alla 68ª edizione e la cerimonia di proclamazione dei premi si è tenuta nei giorni scorsi così a Los Angeles. Ha fatto notizia l’assegnazione a Fela Kuti del Lifetime Achievement Award, un riconoscimento che è stato attribuito ad artisti della statura dei Beatles, John Coltrane, Aretha Franklin, Jimi Hendrix, Bob Marley e Frank Sinatra.

L’assegnazione del Lifetime Achievement a Fela Kuti è totalmente giustificata. Non solo il grande bandleader nigeriano è stato il creatore di un genere musicale l’afrobeat del tutto originale e tra i più influenti a livello planetario nell’ultimo mezzo secolo abbondante. Ma Fela Kuti, anche pagando per questo un prezzo pesantissimo, è stato uno straordinario esempio di artista impegnato, non remissivo al potere, che puntava il dito sui problemi e le ingiustizie del suo paese, dell’Africa.

Se dal punto di vista artistico il suo contributo è stato formidabile, dal punto di vista politico e della responsabilità del musicista verso la società: Fela Kuti è stato uno spartiacque. Prima di lui, quasi nessuno nella musica africana si azzardava a disturbare i manovratori. E la generazione dell’hip-hop del continente nero che ha cominciato ad emergere negli anni ‘90 con uno spirito critico e contestativo ha un debito enorme con lui. Ma lo si è visto anche alcuni anni fa proprio in Nigeria nelle proteste contro la violenza della polizia. Hanno preso posizione anche diversi artisti non particolarmente impegnati, almeno nell’accezione classica del termine. Segno che dopo Fela Kuti, anche per ragioni reputazionali, gli artisti non possono apparire indifferenti o avulsi dal loro contesto.

L’assegnazione del Lifetime Achievement a Fela Kuti, più che un riconoscimento, appare per la verità come un risarcimento. È un riconoscimento ben postumo a quasi 30 anni dalla morte di Fela Kuti mancato nel ‘97. Assegnandolo i Grammy Awards ci dicono molto di se stessi. Fela Kuti è il primo artista africano a ricevere un Lifetime Achievement, ma non certo perché mancassero delle grandi figure della musica africana da premiare. Chissà se chi decide i Lifetime Achievement dei Grammy ha un’idea di cosa abbia rappresentato in Africa un artista come il congolese Franco, ma soprattutto, i Grammy esistevano da un pezzo quando Fela Kuti era ben vivo e la sua musica era sfolgorante.

Il Lifetime Achievement a Fela Kuti corrisponde all’esigenza dei Grammy di decolonizzare la propria immagine. I Grammy hanno rappresentato per tanto tempo il mondo della musica da una prospettiva statunitense e occidentale, una prospettiva iniqua e discriminatoria nei confronti dei mondi musicali non occidentali e attraverso il sistema e la liturgia dei grammi con forti effetti simbolici e materiali. La proliferazione degli ultimi anni delle categorie a cui vengono assegnati i premi corrisponde non solo alla crescente complessità e articolazione del mondo della musica, ma anche alla necessità per i grammi di aprire ad altre parti del pianeta della musica. Nel 2024 è stata, per esempio, introdotta la categoria Best African Music Performance.

Queste aperture sono ambivalenti perché da un lato consentono una migliore aderenza alla realtà del mondo della musica di oggi. Dall’altra rischiano di funzionare da contenitori sfogo, da contentini. Oggi i Grammy saprebbero dove mettere Fela Kuti, che da vivo, invece, non hanno premiato. Ma il mondo della musica reale va inesorabilmente avanti e mette concretamente in discussione il dominio della musica statunitense occidentale.

Chissà se i Grammy si sono resi conto che stavano assegnando il Lifetime Achievement ad un campione della decolonizzazione in musica e dell’anti-neocolonialismo o se l’hanno fatto proprio per questo, ma finendo così per ricordare che hanno un po’ di scheletri nell’armadio. In ogni caso la vera decolonizzazione che si è vista ai Grammy di quest’anno non sta nella benevola concessione di un tardivo riconoscimento Fela Kuti, ma per la forza delle cose nella vittoria del portoricano Bad Bunny non per il miglior album latino, ma per il miglior album senza aggettivi premio per la prima volta assegnato ad un disco interamente cantato in spagnolo.

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