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Il cambio di turno all’ex Ilva: un parcheggio semivuoto e poca voglia di parlare

02 novembre 2026|Massimo Alberti
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Oggi è allerta meteo e diluvia. Al grande parcheggio della portineria c’è poca voglia di parlare, per correre a casa, soprattutto in provincia. Il cambio turno non è più quel fiume in piena di migliaia di persone che si incrociavano, chi per cominciare, chi alla fine: complice anche il tempo, il cambio delle 15 è un via vai alla spicciolata dei sempre meno operai e impiegati rimasti in un enorme parcheggio quasi vuoto come i pulmini che una volta si riempivano di operai.

I periodi di cassa si alternano a quelli di lavoro, alimentando la situazione di incertezza. E per molti, dopo la chiusura dell’area a caldo, uscire potrebbe significare non rientrare. Nicola è un giovane operaio, chiede al collega al bar se ha il numero dell’ufficio personale. Vuole sapere quando arriva la cassa, perché a oggi, prima del prossimo incontro, non si sa neppure quando in concreto si vedranno i soldi. Lui sta mandando qualche curriculum in giro. Ma qui si apre l’altro problema: il governo sta andando in ginocchio dalle controllate per evitare la proverbiale bomba sociale. Ma, come mi spiega un ex lavoratore: se anche gli esuberi dell’indotto di questi anni, magari decine alla volta, faticano a ritrovare un lavoro, come si può pensare di riassorbirne di colpo migliaia? Tolti circa 1.000-1.500 prepensionamenti e un numero analogo che serve a operare sugli impianti, che fine faranno le altre 7mila persone? Emanuele se n’è andato col primo esodo incentivato. Oggi ha un B&B che si sta allargando.

Poco distante un altro ex operaio ha aperto un negozio. A loro è andata bene. Ad altri, intascati i soldi, meno, e ora “sono più nella merda di prima”, dice un ex collega, finiti nel girone infernale dei lavoretti in nero. La sensazione è che non tutti fossero davvero resi consapevoli che questo ultimo evento fosse inevitabile. Nonostante i contrasti e lo scambio di colpe, in comune con la città c’è la sensazione del “si salvi chi può”, cioè abbandono, il fatto che serviva pensarci prima, non arrivare a questo punto dove per qualsiasi pezza occorrerà tempo, sempre cercando di capire se il prossimo turno sarà anche l’ultimo.

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