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I topi, il pozzo e l’empatia: salvare Gaza, salvare noi

04 luglio 2026|Marco Garzonio
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L'ambrosiano di Marco Garzonio

Limes ha conferito il “Premio per la pace e il dialogo” al Cardinale Pizzaballa. L’iniziativa non ha goduto di grande stampa, purtroppo. Faccio la mia parte rilanciando alcuni punti forti dell’evento e riportando il link del video dell’intervista di Lucio Caracciolo al Patriarca Latino di Gerusalemme. Per un giornalismo che vuole responsabilmente farsi semina prendo tre parole-chiave da quell’ora e mezzo di intenso, drammatico colloquio. Partiamo dall’”empatia”. «C’è bisogno di empatia», dice Pizzaballa. Empatia per «i palestinesi innanzi tutto, ma anche per gli israeliani». Perché Israele «è un Paese che si sente isolato. Non dobbiamo isolare, è sbagliato». Lavorare per la pace è farsi carico della storia e del destino di tutti: vittime, carnefici, terzi che sono naturalmente coinvolti, a cominciare dai cristiani arabi e da quelli del mondo intero e da chi erroneamente crede di poterne stare fuori. Specifica il Cardinale che l’empatia «è cercare di comprendere, ascoltare dialogando. Dialogare non significa condividere necessariamente. Significa affermare anche con convinzione le proprie opinioni senza erigere nuove barriere». E avverte anche quelli che solidarizzano: «C’è empatia in giro, ma per quelli che la pensano come te. Se fate questo, fate esattamente quello che stiamo già facendo noi, non ne abbiamo bisogno. Dovete aiutarci a uscire da quel pozzo nel quale siamo caduti, e non lasciarci dentro». Ecco lo snodo, la parte più difficile, drammatica del volere la pace: assumere il “noi”, sentirsi coinvolti, rendersi conto che se a Gerusalemme, a Gaza, in Cisgiordania non si costruisce la pace non ci sarà pace nemmeno in noi in Europa, tra le sponde dell’atlantico, in Africa. Il “pozzo” è la seconda parola-chiave. Il pozzo che, dando acqua, dovrebbe essere la fonte della vita si trasforma in buco nero, simbolo di paralizzante voragine di morte. «Continuare a parlarne», insiste Pizzaballa è la via per «cercare di far capire», tener vive le coscienze, non arrendersi, fare qualcosa: informare, come si cerca di far qui, e inzaccherarsi le scarpe nel camminare a Gaza (cosa che Pizzaballa ha fatto pochi giorni fa) tra macerie, liquami, gli «odori che le immagini non rendono» o in Cisgiordania «dove non c’è legge, e se c’è certo non per i palestinesi», tra gli ulivi dei contadini palestinesi tagliati dai coloni, i furti, le distruzioni, i posti di blocco. E siamo alla terza parola-chiave, la più tremenda: i “topi” che «che morsicano soprattutto i bambini», in quanto «vivono per strada, sporchi, a giocare in mezzo alle fogne perché non c’è altro, invece di essere a scuola». Insiste i Cardinale: «Ovunque sono andato io pensavo: dobbiamo organizzarci per portare materiale medico, medici anche per la chirurgia. Dicevano: sì, certamente serve, ma abbiamo soprattutto bisogno di persone preparate per gestire i traumi dei bambini, il supporto psicologico dei bambini e delle mamme». Camus racconta ne La peste che questa ha origine dai topi e che è tardi quando ci si accorge. Se ascoltiamo Pizzaballa e tutti coloro che sono responsabilmente preoccupati per Gaza e Gerusalemme forse siamo ancora in tempo, in quella zona intermedia in cui si può prestare orecchio alle richieste d’aiuto che salgono dal fondo del pozzo, parlarne, informarsi, non arrendersi all’orribile realtà dei topi che morsicando i bambini laggiù azzannano la nostra umanità, educarci all’empatia. Empatia per i gazawi, la Cisgiordania, gli Israeliani e per noi stessi: ne abbiamo un gran bisogno.

Clicca qui sul link per vedere l’intervista di Caracciolo al Cardinale Pizzaballa.

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