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I Democratici fermeranno anche la guerra all’Iran? Non è detto

04 novembre 2026|Emanuele Valenti
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Negli Stati Uniti la politica estera è in buona parte nelle mani del presidente. E in questi anni Trump ha usato tutti i suoi poteri per ridefinire i rapporti tra l’America e il resto del mondo. I dazi, il riavvicinamento alla Russia, la guerra all’Iran.
Nel fare questo la Casa Bianca ha anche sfruttato la maggioranza repubblicana in Congresso.
Ora le cose sono cambiate. I democratici avranno la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. Questo vuol dire che la maggior parte degli americani è contraria alle politiche del presidente.
Trump si dovrà muovere quindi in un contesto nuovo: dal punto di vista politico e dal punto di vista dell’opinione pubblica.
Ha già promesso di voler diventare Mister Veto, citando il potere di bloccare le leggi che usciranno dal Congresso, ma è difficile che non cambi nulla nella sua agenda.

Tutto questo avrà un impatto sulla politica estera americana dei prossimi anni?
Il Congresso ha più competenze per quanto riguarda la politica interna, ma vista la centralità della politica estera e le sue ricadute sul fronte interno cercherà sicuramente di avere voce in capitolo.
Ci riuscirà?

Utilizziamo come esempio la questione più delicata, la guerra all’Iran.
Abbiamo detto che la politica estera degli Stati Uniti è soprattutto prerogativa del presidente e della sua amministrazione.
Ma il Congresso può modificare, indirizzare, contenere le decisioni della Casa Bianca.
Come può farlo? Mettendo sotto inchiesta il potere esecutivo su determinati dossier oppure utilizzando i suoi poteri nella gestione del budget. Nel caso della guerra limitando i fondi al settore militare.
Questo secondo strumento – la gestione dei soldi – potrebbe essere il più efficace, ma le procedure sono lunghe e difficili.
Alcuni analisti hanno fatto notare però come eventuali nuove leggi in materia, seppur bloccate adesso da Trump con il potere di veto, potrebbero segnare comunque l’inizio di un percorso per ridefinire, anche se per il futuro, i poteri della Casa Bianca e del Congresso nel lanciare una guerra.

Detto questo, possiamo aspettarci invece conseguenze immediate per quanto riguarda la guerra all’Iran?
L’amministrazione si è già messa nella posizione di lanciare un nuovo attacco insieme a Israele.
Ha già spostato nuove forze in Medio Oriente.
Trump ha riconosciuto il peso della guerra sull’esito elettorale, seppur difendendo le sue scelte. Anche il suo vice, Vance, in una dichiarazione che sembra però prendere le distanze dal presidente, ha detto che dietro alla sconfitta c’è ovviamente la guerra.
Gli iraniani – che nei mesi scorsi potrebbero anche aver scelto di allungare i tempi della trattativa proprio per influenzare il voto negli Stati Uniti – hanno sottolineato come i cittadini americani abbiano detto no alla guerra. La guida suprema Khamenei ha però frenato, prevedendo che le cose non cambieranno e minacciando una reazione senza precedenti in caso di nuovo attacco.
Proprio oggi cade l’anniversario della crisi degli ostaggi americani a Teheran nel 1979, subito dopo la rivoluzione islamica. Gli iraniani liberarono gli ostaggi nel 1981, subito dopo l’uscita di scena dell’allora presidente Carter e l’insediamento di Reagan. Oggi come allora l’Iran potrebbe aver usato lo scontro con gli Stati Uniti per influenzare la politica americana.

Torniamo alla domanda. La decisione finale la prenderà Trump. Dipenderà tutto da lui.
Con una solida maggioranza, almeno i due terzi, il Congresso potrebbe evitare il suo veto su nuovi fondi all’Ucraina, ma sull’Iran non avrà nell’immediato molto margine di manovra.
Dipenderà tutto dal calcolo del presidente. Che peso darà all’opposizione crescente nell’opinione pubblica, se se la sentirà di gestire un nuovo rincaro dei prezzi dell’energia, e che previsioni farà sul futuro politico del suo alleato Benjamin Netanyahu, alle prese anche lui con un nuovo quadro politico.

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