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Il porto di Haiti è bloccato da alcune bande armate

haiti

Nei prossimi giorni potrebbe arrivare ad Haiti una forza militare internazionale. La vita sull’isola è diventata estremamente difficile, soprattutto perché nelle ultime settimane il principale porto del Paese da cui transita il carburante è stato bloccato da alcune bande armate: la vita della popolazione civile si è paralizzata, e nuovi problemi si sono aggiunti a una quotidianità già segnata da povertà e violenza.
Per questo la scorsa settimana il primo ministro Ariel Henry ha chiesto l’intervento di una forza armata specializzata esterna. Ieri è arrivata la risposta del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres: ha proposto che uno o più Paesi inviino effettivamente nel Paese una “forza d’azione rapida”.

Ad Haiti da sedici anni vive Fiammetta Cappellini, che lavora per AVSI, un’organizzazione non governativa presente nel Paese con oltre cinque basi dove si realizzano progetti umanitari. Le abbiamo chiesto di raccontarci cosa sta accadendo in queste settimane.

Haiti è lo Stato più povero dell’America Latina e gli ultimi avvenimenti hanno solo peggiorato una situazione già estremamente critica. Nel 2010 duecentomila persone sono morte per un terremoto, altre 10mila per un’epidemia di colera. Negli anni successivi gli haitiani hanno affrontato due uragani, ondate di continue proteste per le condizioni di vita nel Paese, l’uccisione del presidente Jovenel Moise lo scorso anno e poi un ennesimo terremoto. Mangiare, spostarsi, andare a scuola sono diventate azioni estremamente difficili.

Per adesso il segretario dell’Onu Antonio Guterres ha invitato gli Stati a mandare una forza d’azione, senza però coinvolgere i caschi blu. Le Nazioni Unite sono già state presenti ad Haiti dal 2004 al 2018 con una controversa missione di peacekeeping: i suoi militari sono stati accusati di stupri e sfruttamento della prostituzione minorile.
Se una nuova forza esterna entrerà effettivamente nel Paese, bisognerà vedere quale sarà la reazione della popolazione civile…

Haiti torna al centro delle cronache solo quando i suoi confini sono attraversati da eventi estremi, come in questi giorni. Ma le crisi al suo interno sono reali anche nel silenzio internazionale, e pesano sulla popolazione civile.

di Chiara Vitali
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    Redazione
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    Neil Young e l'appello ai giovani americani: "Sappiamo cosa fare. Ribellarci. Pacificamente a milioni."

    Neil Young torna a prendere apertamente posizione contro Donald Trump. L’artista utilizza i suoi social e siti per commentare le recenti tensioni politiche e riaffermare la sua storica contrarietà nei confronti del presidente degli Stati Uniti. Young lancia un appello diretto al pubblico, invitandolo a prendere coscienza della situazione attuale. Secondo il musicista, il Paese starebbe attraversando una fase di profondo declino politico e sociale, che attribuisce alla leadership e all’influenza di Trump. Il grande cantautore canadese naturalizzato statunitense afferma che Trump sta causando danni progressivi al Paese e sta accentuando fratture interne sempre più profonde. “Rendiamo l’America di nuovo grande”, ha scritto Young. “Non sarà facile finché cercherà di trasformare le nostre città in campi di battaglia per poter annullare le nostre elezioni con la legge marziale e sottrarsi a ogni responsabilità”. Nel suo intervento, il cantautore richiama anche alla responsabilità collettiva, invitando la popolazione a non restare in silenzio e a rispondere attraverso forme di mobilitazione pacifica. “Qualcosa deve cambiare”, ha continuato Young. “Sappiamo cosa fare. Ribellarci. Pacificamente a milioni. Troppe persone innocenti stanno morendo”. Infine Young prende di mira l’ICE, utilizzando un’immagine simbolica per descrivere la situazione attuale del Paese: “Fa un freddo glaciale qui in America”. “Ogni sua mossa mira a creare instabilità per poter rimanere al potere”. In conclusione, Young invita i lettori a reagire guidati dall’empatia e non dal timore, richiamando valori come “l’amore per la vita” e “l’amore reciproco”.

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