Guccini: nel tempo la sua arte da rivoluzione si è fatta resistenza culturale, senza mai rinunciare

All’epoca in cui scrisse di aver visto perdersi le menti della sua generazione per dirla con quell’urlo di Allen Ginsberg che la canzone diffuse in Italia tre anni prima del Teorema di Pasolini, Francesco Guccini aveva 25 anni. Il suo era un urlo senza scorie intellettuali né nichilismi. Si sentiva la rivoluzione arrivare e nella rabbia, che il tempo avrebbe reso più bonaria e conviviale, c’era anche un sentore di felicità, o almeno di desiderio. Lui e De André erano nati nel bel mezzo della guerra, forse anche per questo hanno avuto entrambi la lucidità di percepire la beat generation che impazzava dall’America alla Francia come un anticorpo contro il falso mito del denaro e il carico di ingiustizie che si portava dietro. Ogni nota, ogni parola di Guccini sono segnate da un antifascismo e un anticapitalismo in cui ribellione e memoria si sovrappongono. Francesco era fiero di essere il primo in famiglia ad avere studiato mentre il regime metteva al rogo la cultura, di sapere scavare la parola fino alla sua bellezza più autentica. E aveva presto imparato a metterla al centro di un giro di musicisti straordinari, Vince Tempera, Ellade Bandini, Ares Tavolazzi, Ettore De Carolis, mescolando nelle liriche e negli arrangiamenti alto e basso, jazz e folk, fingerpicking e balera, Cirano, Don Chisciotte, i parnassiani (da “Le Parnasse contemporain” alla farfalla dedicatagli dall’entomologo Giovanni Sala) e osteria, non solo quelle bolognesi, ma quelle della provincia italiana, con i suoi strapaesi e i suoi autogrill, raccontati con dovizia di particolari e lessico prima che chiunque in Italia ci pensasse. Col tempo la rivoluzione si è fatta resistenza, ma mai rinuncia.
E il dialogo che si crea quando le sue canzoni sembrano chiamarci per nome potrebbe avere adesso le parole di un suo testo bellissimo del 1999:
“io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite, riflettori e paillettes delle televisioni,
alle urla scomposte di politicanti professionisti,
a quelle vostre glorie vuote da coglioni (…)
ma a te dedico queste parole da poco
che sottendono solo un vizio antico
sperando però che tu non le prenda come un gioco,
tu, ipocrita uditore, mio simile…
mio amico…”
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