Giorgetti sbaglia i conti. La sua austerità non salva l’Italia, che resta in procedura d’infrazione

Il deficit italiano si conferma al 3,1%. Poche centinaia di milioni, ma la manovra dello scorso anno fatta di tagli e bonus, con l’obiettivo proprio di star sotto il 3%, si è rivelata un errore di politica economica grave: tagliare sanità, scuola, trasporti, cultura senza investire in crescita, ma anche un clamoroso sbaglio nei conti fatto dal ministro dell’economia, quello considerato competente. Procedura di infrazione significa controllo molto forte sui conti, no margini di spesa nella prossima legge di bilancio per star nei vincoli europei, no ai prestiti per le spese militari, che per rispettare gli impegni Nato peseranno sul bilancio. E interessi ancora più alti sul debito. La tempesta perfetta si completa la crisi energetica e la fine dei fondi del Pnrr.
Il documento di finanza pubblica rivede così in negativo tutte le stime su Pil, deficit. Giorgetti, lasciato solo a spiegare in conferenza stampa, non è stato in grado di fare previsioni, solo in parte giustificato dalla fase geopolitica. Non ha svelato le carte sulla spesa militare e nemmeno sulla contingenza, accise e affini. Ha ipotizzato che l’Italia sfori da sola le regole europee. Un fallimento che inguaia l’Italia, per le opposizioni, che chiedono al ministro di riferire in aula.
La giornata segna anche, simbolicamente ma non solo, il fallimento di 4 anni di governo sull’economia. L’esordio di Meloni, nelle scelte di politica economica, aveva indicato un obbiettivo chiaro: lasciar fare alle imprese, sarebbero state loro a far crescere il Paese. Il governo aveva una congiuntura favorevole: i soldi del Pnrr, il rimbalzo post Covid. In 4 anni la produzione industriale è crollata, gli occupati sono si saliti, ma di lavoro povero e fragile, segno che la poca crescita non ha creato ricchezza diffusa. In Europa l’Italia è in coda a buona parte degli indicatori economici e sociali. La “non politica” dl lasciar fare a imprese e mercato, limitandosi a distribuire bonus ai gruppi sociali vicini, con scelte fiscali regressive, senza visione e regia, si è rivelata fallimentare. Il treno della transizione, lasciato andare in nome dell’ideologia che ha lasciato l’Italia sottomessa al giogo del fossile.
L’ultima manovra aveva un solo obbiettivo: sistemare i conti, portare l’Italia fuori dalla procedura di infrazione e poter spendere in armi senza perder la faccia davanti ad un’opinione pubblica restia. Per farlo è intervenuto pesantemente sulla spesa sociale trascurando la crescita, che senza il pnrr non ci sarebbe neppure stata in quei pochi decimali. Più austeri persino dei vincoli europei che pure Giorgetti ha votato. È stato un errore politico e contabile di cui il ministro dovrebbe dare conto. Ma non solo lui: il tandem Meloni-Giorgetti ha condiviso e imposto queste scelte. La svista sul 3% che tiene l’Italia in procedura per violazione delle assurde e fuori tempo norme UE, mette a nudo questo vuoto di politica economica. L’ipotesi di violarli ora non suona molto credibile. Pur in un quadro in cui sarebbe necessario, ma per far cosa? Distribuire mance nell’anno pre elezioni? Pochi mesi non possono certo colmare 4 anni di vuoto. Il documento di finanza pubblica, che si limita a fotografare la situazione senza nemmeno provare a esprimere una visione, ne è la rappresentazione plastica.
Ma dovrebbe anche essere una sveglia per le opposizioni: qui vincoli che oggi impiccano il governo di destra, sono lo stesso cappio che si ritroverebbe il centro sinistra casomai vincesse le elezioni. Anche peggio, se davvero il governo Meloni oggi decidesse di sforarli, costringendo chi viene dopo a fare ulteriori scelte politiche di austerità. Sarebbe ora che anche i partiti del cosiddetto campo largo chiedessero con forza la cancellazione del patto di stabilità.
Continua la lettura


