Gaza. Migliaia di palestinesi ‘evaporati’ a causa delle bombe termobariche: l’inchiesta di Al Jazeera

Un’inchiesta di Al Jazeera, The Rest of the Story, ha rivelato come armi termiche e termobariche fornite dagli Stati Uniti, che bruciano a 3.500 °C, abbiano lasciato nessuna traccia di migliaia di palestinesi. La Protezione Civile di Gaza ha documentato la scomparsa di 2.842 palestinesi dal 7 ottobre a oggi. Di queste persone non resta alcuna traccia fisica, se non minimi frammenti biologici: un fenomeno descritto dai soccorritori come una vera e propria “evaporazione” dei corpi.
La cifra riportata non è una stima casuale, ma il risultato di un rigoroso protocollo di contabilità forense. Mahmud Basal, portavoce della Protezione Civile, ha spiegato la procedura: “Se una famiglia segnala la presenza di cinque persone in un edificio e recuperiamo solo tre corpi, i restanti due vengono classificati come ‘evaporati’ solo dopo ricerche esaustive che non producono altro che tracce biologiche, come schizzi di sangue o piccoli lembi di tessuto”.
Esperti e testimoni attribuiscono queste sparizioni all’uso sistematico di armi termobariche, capaci di sprigionare temperature superiori ai 3.500 °C. L’indagine punta il dito contro ordigni di fabbricazione statunitense, come le bombe MK-84, contenenti Tritonal, una miscela di TNT e polvere di alluminio.
Il dottor Munir al-Bursh, direttore generale del Ministero della Salute a Gaza, ha analizzato l’effetto di tali temperature su un organismo umano, composto per circa l’80% d’acqua: “A temperature superiori ai 3.000°C, combinata con una pressione e un’ossidazione massicce, i fluidi bollono all’istante, i tessuti si vaporizzano e si trasformano in cenere. È chimicamente inevitabile”.
Dietro i dati tecnici si nasconde lo strazio dei sopravvissuti. Rafik Badran, che ha perso quattro figli nel campo profughi di Bureij: “Sono semplicemente evaporati. Li ho cercati un milione di volte, non ne è rimasto nemmeno un pezzetto. Dove sono andati?”. Una tragedia simile ha colpito Yasmin Mahanii. All’alba del 10 agosto 2024, tra le rovine fumanti della scuola al-Tabin a Gaza City, Yasmin ha cercato invano suo figlio Saad: “Sono entrata nella moschea e mi sono ritrovata a calpestare carne e sangue. Non abbiamo trovato nulla di Saad. Nemmeno un corpo da seppellire. Questa è la parte più difficile”.
Il commento di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty – Italia:
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