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Gas, petrolio, fertilizzanti, rimesse: l’Asia alle prese con un quadruplo shock

27 marzo 2026|Diana Santini
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In India le persone fanno la fila per riempire le proprie bombole di gas GPL vuote

Gas, petrolio, fertilizzanti, rimesse degli emigranti: i paesi asiatici sono intrappolati in queste settimane in quello che viene definito un quadruplo shock. Prima della guerra, l’84% del gas naturale e l’83% del petrolio che transitavano dallo stretto di Hormuz era destinato all’Asia: dal 28 febbraio ad oggi solo uno sparuto numero di navi non iraniane, per la maggior parte cinesi e thailandesi, ha potuto attraversarlo. Proprio oggi anche la Malesia ha annunciato di avere ottenuto il permesso di passarci, grazie alla mediazione di Turchia ed Egitto. Ma è una goccia nel mare e le ripercussioni su economie già fragili sono pesanti e ramificate. Oltre ai prezzi alti, il problema è l’impossibilità di trovare fornitori di petrolio: le riserve, dunque, si stanno esaurendo e l’imperativo, per molti paesi asiatici, è tagliare i consumi. Inoltre, poiché il petrolio si acquista in dollari, tutte le valute locali si stanno svalutando. In Thailandia la mancanza di carburante ha spinto le compagnie di taxi a ridurre all’essenziale le corse, ha causato l’interruzione di molti collegamenti interni marittimi (in un Paese, ricordiamo, che ha 1400 isole) e ha, persino, indotto alcuni templi a sospendere le cremazioni. Anche pesca e agricoltura sono colpite: manca il gasolio per pompare acqua nelle risaie e per far funzionare i motori dei pescherecci: un problema non da poco per uno dei maggiori esportatori mondiali di riso, zucchero e pesce trasformato. E, a breve, potenzialmente, anche una questione di sussistenza interna. Qualche giorno fa, in diretta televisiva, i conduttori dei telegiornali si sono tolti la giacca e hanno annunciato che negli studi e nelle redazioni la temperatura dell’aria condizionata è stata portata a 26 gradi, invitando il pubblico a fare lo stesso nelle proprie case. In Thailandia le difficoltà economiche sono aggravate dalla crisi del turismo: molti voli per Bangkok facevano scalo nel golfo, e pochi viaggiatori sono disposti oggi a correre il rischio.
Altri esempi. Il Pakistan ha chiuso le scuole per due settimane, prorogabili, ha imposto una tassa supplementare sulla benzina per ridurre i consumi, e ha stabilito che il campionato di cricket si giocherà a porte chiuse. Le Filippine, dopo la dichiarazione di emergenza energetica nazionale, hanno introdotto la settimana lavorativa di quattro giorni e durante la pausa pranzo tutti i computer devono essere spenti, per legge. Anche qui c’è un problema vitale di trasporto marittimo: senza collegamenti, non c’è il Paese. In Laos è in corso una campagna di sensibilizzazione rivolta agli studenti per reintrodurre la bicicletta come mezzo privilegiato per andare a scuola. In India, invece, autorizzata con dispensa speciale da Trump a importare petrolio da Mosca, il tema principale è il gas per cucinare: non ce n’è e molti ristoranti hanno dovuto chiudere, i furti di bombole si moltiplicano, nelle case si è tornati a cucinare a legna.
Se possibile, ancora più preoccupante di quella dei carburanti, è la crisi e la carenza di fertilizzanti: tra poco inizia la stagione delle semine e il Golfo era uno snodo vitale per la produzione e l’esportazione globale di questi prodotti. A differenza del petrolio, il settore non ha riserve strategiche coordinate a livello internazionale. Per questa ragione, secondo il Programma Alimentare Mondiale, se il conflitto dovesse proseguire, il numero totale di persone nel mondo che soffrono di fame acuta potrebbe raggiungere livelli record nel 2026.Infine, a complicare il quadro economico di questi Paesi, c’è la questione delle rimesse: India, Pakistan, Nepal fanno affidamento sui tanti lavoratori all’estero per chiudere i propri conti alla fine dell’anno: una buona metà di questi lavoratori è, o meglio era, impiegata nei Paesi del Golfo. Se la guerra andrà avanti non saranno solo le loro famiglie a finire sul lastrico, ma intere economie a franare.

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