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“Etichettare” i media: la scivolosa strategia di Macron per combattere la disinformazione

04 dicembre 2025|Francesco Giorgini
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Secondo la leggenda, Roger Hayles, il famigerato fondatore di Fox News, avrebbe dichiarato, a proposito della verità giornalistica: “La verità è quello che la gente crede, e quello che la gente crede è quello che la gente vede sul proprio schermo.” Citazione apocrifa, ma soprattutto profetica, diventata negli ultimi dieci anni uno dei fondamenti non dell’informazione, ma della battaglia dell’informazione, che è, nell’epoca del capitalismo scopico – della società dello spettacolo, che dir si voglia – la madre di tutte le battaglie.
Citazione che ha l’immenso vantaggio di potersi applicare tanto alla televisione, per cui fu coniata, quanto ormai anche ai social network e a tutta l’informazioni online, per cui la verità è, e resta, ciò che si vede e si crede sul proprio schermo.
La verità non è più la costante determinata dai fatti, ma una variabile risultante dal gioco incrociato tra interessi particolari, fake news, troll, influencer, propaganda politica, opinionisti, potentati economico-finanziari, lobbisti e ideologi del profitto, del potere o dell’identità. Come allora permettere la formazione di cittadini liberi, indipendenti e consapevoli senza un’informazione libera, indipendente e, soprattutto, attendibile e verificata?
Per Emmanuel Macron, la risposta sta in un sistema trasparente e condiviso di certificazione per i media d’informazione, che ne attesti il rispetto delle regole deontologiche, un po’ come il bollino blu per le spiagge pulite o l’indicatore di valore nutritivo per i cibi trasformati. Un’idea che il presidente francese promuove in forme diverse da anni e che ha riproposto qualche giorno fa, nel quadro di un dibattito tra il presidente e l’Associazione Nazionale dei Sindaci, su informazione e democrazia.
La proposta di una sorta di etichetta di salubrità informativa ha immediatamente scatenato polemiche, in un contesto incandescente di battaglia informativa, ideologica e deontologica tra i media del servizio pubblico – accusati di non essere imparziali, ma di orientamento liberal-progressista – e i media del gruppo Bolloré, radicalmente nazional-identitari, che hanno subito accusato Macron di voler ristabilire la censura: un nuovo Ministero della Verità di Stato.
Battaglia ideologica e mediatica nazionale in Francia, a cui si sovrappone e intreccia quella planetaria tra la guerra ibrida della Russia di Putin e quella ideologica dell’America di Trump, o ancora le derive autoritarie di Paesi prossimi come l’Ungheria, insieme ai tentativi nostrani di messa in disciplina dei media troppo critici o troppo indipendenti.
Nella proposta di certificazione di Macron – che in cattive mani potrebbe rapidamente trasformarsi in uno strumento autoritario – sarebbe un organismo, un’autorità non statale, indipendente, collegiale e qualificata dalla professione, a rilasciare il certificato di conformità, onde evitare al massimo il rischio di censura di Stato.
Difficile immaginare un seguito concreto alla proposta di un presidente a fine mandato, mai così discreditato e a picco nei sondaggi, senza maggioranza, senza alleati e senza futuro, visto che non potrà ricandidarsi alle prossime presidenziali del 2027. Resta la questione dell’informazione al servizio della verità: strumento di emancipazione o, se trasformata in propaganda al servizio del potere, strumento di oppressione.

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