Escalation tra USA e Iran. Teheran replica alla minacce di Trump: “Se colpiti reagiremo”

Enorme, massiccia “armada”: “a massive armada” la chiama. È una definizione che a Donald Trump di questi tempi piace molto, la usa con particolare frequenza. In effetti, la concentrazione di forze americane nell’area è notevole. C’è la portaerei Lincoln, almeno tre navi da guerra, decine di jet F-15 E, missili, contraerea, e altro ancora. Se guardiamo a quanto avvenuto col Venezuela negli scorsi mesi, la cosa sembra preludere a un evento piuttosto certo. Un attacco a Teheran. Ma l’Iran non è il Venezuela, l’operazione qui presenta molti più rischi e incognite. Certo, Trump è uscito piuttosto imbaldanzito dalla cattura di Maduro. La sua intelligence gli fornisce regolarmente aggiornamenti sulla situazione interna iraniana, il cui sistema economico è sempre più debole e la cui leadership politica appare divisa, con continui scontri tra l’ufficio del Leader Supremo, la Guardia Rivoluzionaria e l’ufficio del presidente, Masoud Pezeshkian. L’operazione militare americana era già pronta alcune settimane fa, poi sospesa quando gli iraniani avevano bloccato esecuzioni e omicidi dei manifestanti, e su richiesta di Iran e Paesi del Golfo, che vedono nell’azione contro Teheran più rischi che benefici. In effetti, se gli americani colpissero per indebolire, distruggere il sistema militare e nucleare iraniano, sarebbe una sorta di replica di quanto avvenuto la scorsa estate e rischierebbe di non essere risolutivo. Se gli americani colpissero per cancellare una volta per tutte il regime degli ayatollah, sarebbe cosa ben più complessa, non sarebbe un’operazione militare, non sarebbe il rapimento di Maduro, sarebbe una vera propria guerra, dagli esiti imprevedibili, con più incognite che certezze.
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