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La “Copaganda” statunitense: il legame tra polizia e serie TV

Nel 2020, nel bel mezzo della pandemia da COVID-19, Minneapolis era già l’epicentro di una lotta politica nella quale si giocavano i destini degli Stati Uniti d’America, e non solo: ce lo ricordiamo bene, perché proprio nella città del Minnesota George Floyd era stato ucciso, soffocato a morte, da un agente di polizia, e da lì erano partite le proteste del movimento Black Lives Matter. Tra le molte conseguenze di quelle manifestazioni, ce n’è una che riguarda gli appassionati e gli studiosi di televisione, tra cui da allora è in corso un dibattito su cui si torna spesso: quello sulla “copaganda”.

Il termine era stato coniato già da anni, e utilizzato in ambiti non solo accademici – come forse è semplice intuire, si tratta dell’unione tra le parole “poliziotto” e “propaganda” –, ma nell’ultimo lustro è entrato nel discorso collettivo, e può aiutarci ad allenare lo sguardo a una consapevolezza nuova. Se il genere poliziesco appartiene alla letteratura popolare fin dal XIX secolo, c’è un legame diretto tra le forze dell’ordine e la produzione di serie televisive procedurali statunitensi, quelle che vedono in ogni episodio degli agenti indagare su un delitto e catturare il colpevole: per esempio, una delle primissime serie tv americane, Dragnet, a sua volta traslata sul piccolo schermo da un precedente show radiofonico, era realizzata in collaborazione con la polizia di Los Angeles.

Andata in onda dal 1951 al 1959, già durante la realizzazione delle puntate per la radio (iniziate nel 1949) il creatore Jack Webb aveva sviluppato un rapporto d’amicizia e di cooperazione con il capo della polizia di Los Angeles, William Parker: in cambio di idee per le sceneggiature prese direttamente da veri casi criminali, e anche di aiuti pratici durante le riprese, Dragnet permetteva all’LAPD di avere diritto di censura sulla rappresentazione dei poliziotti. L’ufficio stampa della polizia aveva diritto d’approvazione sugli script e il potere di bloccarne interamente la realizzazione, in caso non fosse pienamente soddisfatto dell’immagine che ne risultava.

Pochissimi anni dopo, tra fine anni ’50 e inizio ’60, la serie Gli intoccabili (a cui poi si sarebbe ispirato Brian De Palma per il suo bellissimo film con Kevin Costner) raccontava le gesta eroiche degli agenti che negli anni ’30 combattevano contro il proibizionismo. Dagli anni ’90 in poi l’agente dell’FBI John E. Douglas, uno degli inventori del profiling, ha scritto svariati libri sulle sue tecniche e indagini, ispirando molti personaggi di finzione, soprattutto gli agenti di Criminal Minds. E Dick Wolf, il creatore di Law & Order e di una miriade di altre serie satelliti e simili, ha dichiarato apertamente che il suo obiettivo principale con i suoi show è quello di sostenere le forze dell’ordine.

Il procedurale poliziesco è il genere più prolifico del piccolo schermo, e per decenni nella maggior parte dei casi ha raccontato di agenti – che si tratti di poliziotti delle grandi città o di investigatori dell’FBI, sceriffi di piccole cittadine sperdute o membri della scientifica: pensateci, non c’è quasi sottocategoria di agenti a stelle e strisce che non si sia meritata una serie ad hoc – senza macchia e senza paura, instancabili difensori della legge sempre a fianco della cittadinanza innocente, spessissimo propagando anche, consapevolmente o meno, a stereotipi razzisti. Se capita il poliziotto corrotto, è una mela marcia, una singola falla in un sistema indiscutibile, che si può facilmente riparare.

Il confine è sottile tra quelle che sono convenzioni di un genere narrativo – e che, proprio per questo, non sono tenute a esser realistiche – e una dichiarata “campagna di marketing”, che più spesso di quanto si crede è realizzata insieme alla polizia stessa: si tratta di fare pubbliche relazioni con il grande pubblico, quello che di contatti diretti con gli agenti ne ha pochi, e che sullo schermo vede la narrazione pressoché univoca di una pubblica sicurezza non solo sempre giusta e rassicurante, ma anche iper competente e organizzata, con tecnologie all’avanguardia e specializzazioni al limite del sovrumano, e sempre vittoriosa nella cattura dei “cattivi”. Per non dire dell’abusato ma inquietante cliché del “bravo” detective “costretto” ad aggirare la legge “a fin di bene” per consegnare i criminali alla giustizia.

Tra fine anni ’90 e inizio Duemila, con l’evoluzione della tv e l’avvento del linguaggio seriale complesso, le cose sono in parte cambiate (non possiamo non consigliarvi, a questo proposito, di ritornare a quel capolavoro che è The Wire, lo trovate su HBO Max), ma la “copaganda” non è mai finita, anzi, in questi ultimi anni si è intensificata: è dura non pensarci ora, con Minneapolis sotto assedio dell’ICE, mentre il governo degli Stati Uniti e la sua macchina mediatica ripetono che i buoni sono sempre e comunque gli agenti, provando a convincerci a non credere all’evidenza che sta sotto i nostri occhi.

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