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Milano, l’avvocata di Mansouri: “Con testimoni e telecamere arriveremo alla verità”

Rogoredo. Milano, l’avvocata di Mansouri: “Con testimoni e telecamere arriveremo alla verità”

Il fratello di Abderrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo, a Milano, da un poliziotto in borghese con un colpo di pistola durante un’operazione antidroga, chiede che sia accertata tutta la verità sulla morte di suo fratello. Per questo ha dato mandato all’avvocata Debora Piazza di assisterlo in quanto persona offesa. “La versione dell’agente non convince, vogliamo accertare tutta la verità. Ci sono telecamere da esaminare e testimoni da ascoltare” ci ha detto in questa intervista.

Avvocata Piazza, lei conosceva Abderrahim Mansouri, perché?

Si era rivolto a me perché era stato denunciato per ricettazione di un telefono cellulare. Successivamente abbiamo depositato presso la Procura la fattura di acquisto del telefono e siamo rimasti in attesa delle determinazioni della Procura di Milano.

Quando risale questa vicenda?

Parliamo di settembre-ottobre. In quel periodo veniva spesso nel mio studio. Era regolarmente presente sul territorio nazionale, in quanto munito di permesso di soggiorno spagnolo.

Ora ha ricevuto mandato dalla famiglia Mansouri?

Sì. Il fratello di Abderrahim mi ha conferito l’incarico di assisterlo già dalla notte stessa in cui si sono verificati i fatti.

Si è già fatta un’idea di quanto accaduto?

Premetto che non ho ancora potuto leggere alcun atto processuale, perché la legge non me lo consente in questa fase. Le informazioni che ho sono quelle apprese dalle testate giornalistiche e dalle dichiarazioni rese dall’indagato, che può mentire. Dal mio punto di vista di legale, ritengo che sulla versione fornita dall’indagato debbano essere svolti accertamenti molto approfonditi. L’ipotesi che il Mansouri avesse con sé una pistola a salve e l’abbia puntata contro un poliziotto che conosceva — perché è un dato certo e pacifico che si conoscessero, come detto anche dal poliziotto nel primo interrogatorio — sapendolo armato in quanto appartenente alle forze dell’ordine, desta in me fortissime perplessità. Se questa ricostruzione fosse vera, vorrebbe dire che quel pomeriggio Mansouri avrebbe deciso di suicidarsi.

Su quali aspetti lavorerete ora?

Stiamo lavorando su più fronti, in collaborazione con la Procura, con l’obiettivo dell’accertamento della verità storica. Che il Mansouri fosse lì per spacciare sostanze stupefacenti o che avesse precedenti penali può anche essere vero e non lo neghiamo. Parteciperemo sicuramente all’autopsia per capire dove è stato colpito mortalmente il Mansouri e per stabilire la distanza dello sparo. Si parla di 30 o 31 metri: sono distanze molto elevate. 30 metri sono tantissimi. Io, leggendo i giornali, non vedo chiarezza in questa ricostruzione.

Autopsia e perizia balistica saranno decisive?

Sì, sono fondamentali. L’autopsia servirà a capire se il colpo mortale è stato uno solo, dove ha colpito — testa o corpo — e a determinare la distanza attraverso il foro di entrata, le eventuali particelle sui vestiti, la posizione della vittima e dello sparatore. Anche la consulenza balistica sarà determinante, ma non è l’unico elemento su cui stiamo lavorando.

A cosa vi riferite?

Abbiamo chiesto con forza l’acquisizione delle immagini delle telecamere di videosorveglianza. Una, in particolare, sarebbe puntata proprio sul luogo dello sparo, e abbiamo sollecitato la Procura su questo punto.

Vi siete recati sul posto?

Sì, assolutamente. Non c’è una sola telecamera, ma più telecamere. Inoltre dove è avvenuto il fatto, non c’erano solo il Mansouri e il poliziotto: erano presenti anche altre persone. Qualcuno deve aver visto cosa è successo.

State cercando altri testimoni?

Sì. E forse li abbiamo già trovati.

Quali saranno i prossimi passi?

Continueremo con le nostre indagini e a chiedere con forza l’acquisizione dei video delle telecamere. Vogliamo arrivare alla verità, come nei casi di Yuns, Bruna, Sofien, Fares, Ramy. Non chiediamo altro che sapere cosa è realmente successo.

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