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Dopo oltre 20 anni gli americani lasciano l’Iraq. Il futuro rimane incerto

30 settembre 2026|Emanuele Valenti
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Dopo oltre 20 anni gli americani lasciano l'Iraq ANSA

Il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi ha detto che con il definitivo ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq comincia un nuovo capitolo nella storia del paese.
Impossibile negarlo. Ma impossibile anche prevedere il futuro.
Gli americani avevano poco più di 2000 soldati di stanza nel nord, nel Kurdistan iracheno. Da oggi, per un accordo siglato da Biden nel 2024, non avranno più basi militari in Iraq.
I soldati americani arrivarono nel 2003 per rovesciare il dittatore Saddam Hussein. L’esportazione della democrazia professata da Bush però fu un disastro. Seguirono una guerra civile, gli attentati di Al Qaida, l’arrivo dell’ISIS. Gli Stati Uniti andarono via nel 2011, c’era Obama, dopo aver perso 4500 uomini e con tantissime vittime irachene, alcune stime arrivano a 200mila.
Tornarono poi tre anni dopo proprio per combattere lo Stato Islamico.
Il ritiro definitivo dall’Iraq conferma la politica dell’amministrazione Trump di disimpegno dal Medio Oriente. Almeno disimpegno dal campo, non disimpegno generale visto quello che sta succedendo con la guerra contro l’Iran.
Il nuovo capitolo in realtà era già cominciato da tempo. In Piazza al-Firdos, nel centro di Baghdad, non c’è più alcun segno della famosa statua di Saddam abbattuta nell’aprile del 2003 con l’arrivo degli americani. Ma durante il nostro recente viaggio in Iraq abbiamo percepito sentimenti contrastanti sul futuro, anche sul futuro della sicurezza, in un territorio dove è evidente il braccio di ferro tra Washington e Tehran, in guerra tra loro e con una marcata influenza nel paese.
Gli Stati Uniti se ne vanno e a parte l’ambasciata nella famosa Green Zone di Baghdad, oggi aperta, non avranno più una presenza fisica nel paese. Ma l’Iraq rimane legato a doppio filo all’America. I proventi delle esportazioni di petrolio, che fanno il 90% del budget iracheno, passano da una banca di New York.
L’Iran invece mantiene una presenza capillare. Non è evidente solo per i poster, le statue, i monumenti, con i faccioni dei leader iraniani. È evidente perché le milizie sciite filo iraniane, create da Tehran ai tempi della guerra civile in chiave anti-americana e poi usate contro l’ISIS, hanno in mano una parte della sicurezza. Alcune sono state legalizzate e fanno parte delle forze armate regolari, altre no. Ma in ogni caso tutte dipendono da Tehran.
In diverse zone abbiamo visto solo loro, non i soldati dell’esercito.
Tra gli iracheni c’è chi le teme e non le vorrebbe più vedere, ma c’è anche chi dice che non ci sia alternativa perché lo stato non esiste. Oltretutto si tratta di organizzazioni con forti interessi economici, anche nel settore petrolifero.
Potrebbero aumentare la loro presenza, ma vista la partenza degli americani potrebbero anche defilarsi. Opzione quest’ultima più remota.
Il primo ministro Al-Zaidi, che nei mesi scorsi è stato sia alla Casa Bianca da Trump sia ai funerali della ex-guida suprema iraniana Ali Khameneni, le vuole disarmare. L’operazione al momento sembra impossibile.
L’Iran farà di tutto per mantenere la sua influenza nel paese vicino e le stesse milizie sostengono che in alcune zone la loro presenza sia necessaria per contrastare le cellule dormienti dell’ISIS.
I soldati americani se ne vanno ma il caos che crearono nel 2003 rimane la causa principale della complessità di oggi.

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