423 giorni: mai un ostaggio italiano è rimasto in carcere per un periodo così lungo. Fermato ad un posto di blocco il 15 novembre 2024, mentre si stava recando a Guasdualito, per conto della ong francese Humanité et Inclusion, Alberto Trentini non ha potuto svolgere la sua missione: assistere persone disabili in un paese segnato da una grave povertà e dove gli ultimi sono relegati ai margini estremi e abbandonati. Il rifiuto delle autorità venezuelane di una visita consolare in carcere è stato l’inizio di un’odissea segnata da errori, ritardi e sottovalutazioni della vicenda da parte del nostro Governo. Solo tre volte Alberto ha potuto chiamare i genitori, due le telefonate della presidente del consiglio Giorgia Meloni e la signora Armanda Colusso, madre di Trentini. Passano 9 mesi e Alberto è rinchiuso in una cella da 2 metri per 2, quando un funzionario del regime bolivariano accusa il nostro esecutivo di non avere mai chiamato Caracas. La Farnesina incarica Luigi Maria Vignali per le trattative in Venezuela, ma la mission dell’inviato speciale si rivela un fallimento e Vignali viene rispedito a Roma. Alcuni spiragli si aprono: due visite consolari dell’ambasciatore Antonio De Vito in carcere e l’incontro in piazza San Pietro tra le delegazioni di Italia e Venezuela, in occasione della beatificazione di importanti figure della chiesa venezuelana, fanno sperare in una svolta che non arriva. L’inerzia del Governo si intreccia con lo scarso interesse dei media, che solo negli ultimi mesi iniziano a dare risalto alla storia di Trentini. Arriviamo ai giorni nostri: la destituzione di Nicolas Maduro cambia il quadro a Palazzo Miraflores e le scarcerazioni diventano priorità del corso di Delcy Rodriguez, presidente ad interim sotto tutela USA. Fino all’epilogo di queste ore con Alberto Trentini finalmente libero e pronto a riabbracciare la sua famiglia e i suoi amici: un ritorno a Lido di Venezia che chiude una brutta pagina italiana.
Lorenzo Marcandalli


