Dilaga la protesta dei tir. Il sud paralizzato. Il governo promette il pugno duro. Fioccano denunce e sanzioni

È successo ciò che il governo non voleva: dover fronteggiare con le cattive i camionisti in una protesta che è sfuggita di mano e le cui conseguenze si fanno sempre più pesanti e risalgono a nord. E così dai toni accondiscendenti con quello che, a torto o a ragione, è uno storico bacino elettorale, si è passati non solo alle minacce, ma alle denunce, 71, centinaia di sanzioni e quasi 1.500 identificati.
È successo dopo che le grandi associazioni dell’autotrasporto, dell’agricoltura e di Confindustria hanno detto basta ai blocchi. Tra loro e i piccoli, strozzati dalla filiera e colpiti dal prezzo del gasolio, il governo ha scelto di scaricare questi ultimi. Il fronte senza dubbio è spezzato e indebolito, ma non risolve il problema. Ogni giorno che passa le immagini di scaffali sempre più vuoti, le code ai distributori, le aziende ferme non restano più sotto traccia.
Manca solo si aggiungano le immagini della polizia che si scontra coi camionisti, quello che a Roma vorrebbero evitare a tutti i costi, nonostante lo sfregio di una categoria che si è fatta beffe del reato di blocco stradale, voluto proprio da Salvini. Picchiare i padri di famiglia ha un effetto diverso sull’opinione pubblica che manganellare i ragazzini. Si tratterà dunque di vedere come si muoverà lo Stato, se resteranno i blocchi di coloro cui lo sblocco dei fondi già stanziati, ma che Salvini, troppo impegnato in altro, si è scordato di erogare, non è bastato.
Per adesso i mezzi con beni essenziali vengono scortati dalla polizia, ma è ovvio che così non possa durare molto.
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