Dalle vetrine del lusso alle periferie: la rabbia delle piazze sfida le disuguaglianze

Dai bersagli scelti dai manifestanti nelle diverse capitale europee si deduce facilmente l’origine della rabbia sociale. È il cosiddetto settore “luxury” a pagare il conto più salato delle devastazioni a Parigi, Bruxelles, Milano. Quei marchi che sono il simbolo di una deriva delle società avanzate con radici decennale. Uno scontro tra chi è stato progressivamente escluso dai benefici dell’economia, mentre il consumo del lusso, lo spreco, il “posso permetterlo” veniva sventagliato davanti agli occhi di chi non poteva permetterselo. L’informazione, la pubblicità, la narrazione televisiva e social hanno parlato in questi anni solo delle possibilità senza limiti di poche persone, confondendo tutta la società con i miliardari della Silicon Valley. Ma proprio in California si è visto per primo che i miliardari erano come l’eucalipto, che dove cresce prosciuga il terreno e non permette la crescita di altre piante. Affitti alle stelle, costo della vita impazzito, decine di migliaia di persone accampate sui marciapiedi di San Francisco o Los Angeles e lavoratori costretti a vivere in scantinati o a distanza siderali dai posti di lavoro perché con uno stipendio normale non si può vivere dove si lavora. In Europa non si è ancora a questi livelli, ma la tendenza c’è soprattutto nelle grandi città. Dal centro sono stati espulsi i poveri per diventare vetrine per i turisti, a prezzi internazionali, con migliaia di case sottratte al mercato degli affitti per farli diventare AirBnB, i negozi che fanno vivere una comunità sono stati sostituiti da bar, ristoranti, lounge per turisti. Questo modello non prevede da tempo la dignità del lavoro, nel senso che chi lavora onestamente non riesce a vivere con quanto guadagna. Negli anni ’90 si era pensato che il mercato avrebbe regolato i rapporti sociali, invece il divario sociale è aumentato. Oggi le società europee sono molto più diseguali rispetto a 30-40 anni fa e soprattutto si sono aggiunte nuovi classi sociali per appartenenza etnica. Dare la colpa all’Islam perché tra i violenti a Parigi o a Milano ci sono ragazzi di seconda generazione oriundi maghrebini e simile a quando negli Stati Uniti si dava la colpa genericamente agli italiani per l’anarchismo o la mafia. Non esiste più una lettura sociologica e si ripiega nella solita pseudo-narrazione etnica di antica memoria. Non esiste un problema di opportunità e di emarginazione nelle periferie urbane, ma un problema di integrazione. Tra l’altro non si collegano i fatti europei a quanto è successo negli ultimi anni in Bangladesh, Sri Lanka, India, Kenya, Madagascar paesi nei quali i giovani, con diversa fortuna, hanno detto basta alla corruzione della politica, alla precarietà, alla mancanza di futuro. Ed è proprio di futuro che parlano le piazze davanti al muro della risposta basata unicamente sulla sicurezza. Un futuro incerto, sia per i cambiamenti climatici sia per il modello di società che si prospetta. Si è dentro o si è fuori dai benefici di un mondo che sta esaurendo le proprie risorse. Ora le piazze si stanno tornando a riempire e la piattaforma comune comincia a delinearsi. Fermarsi soltanto a condannare la violenza, che va sempre fatto, non può oscurare le ragioni di una rabbia che non è più minoritaria, ma generazionale. Non volerlo capire è l’anticamera di una nuova stagione politica dall’esito incerto, ma sicuramente non si potrà più continuare a ripetere il noioso refrain sui ragazzi di oggi che non si preoccupano di nulla.
Articoli correlati


