Radio Popolare Home
sostienici

Con la chiusura di Hormuz le big oil incassano miliardi, mentre noi paghiamo il prezzo

28 aprile 2026|Riccardo Stoppa
CONDIVIDI

Ogni anno, ognuno di noi paga circa 1.200 dollari all’industria fossile. Ogni persona al mondo, per un totale di 12mila miliardi di dollari l’anno. E questo al di là che ciò che consumiamo. Una sorta di tassa per tenere in vita il sistema che dà energia al pianeta uccidendolo allo stesso tempo. A dirlo, è una nuova analisi dei costi dell’industria petrolifera, firmata dall’organizzazione ambientalista 350.org.

Non è un caso se, nei primi tre mesi del 2026, con la guerra in Iran, la compagnia British Petroleum ha registrato profitti SEI volte superiori allo stesso periodo dell’anno scorso e le compagnie americane dall’attuale crisi si aspettano circa 60miliardi di extraprofitti. Due facce della stessa guerra. Perché nel frattempo, mentre i petrolieri si arricchiscono, sono le famiglie a farne le spese. Nel Sudan del Sud l’elettricità dopo le 4 è razionata. In Sri Lanka i prezzi dei fertilizzanti sono alle stelle e gli agricoltori vedono i loro raccolti morire. La Thailandia spende decine di milioni di euro ogni giorno per calmierare i prezzi e aiutare le piccole imprese. Ma, come scrive 350.org, la narrazione della crisi fuori controllo non sta in piedi.

Non è un sistema rotto, ma è un sistema che funziona esattamente com’è stato pensato. Ovvero per arricchire i pochi giganti del fossile mentre le persone fanno i conti con la crisi energetica. E l’aumento del costo della vita dovuto al caro carburanti è solo uno dei tre dazi che paghiamo per tenerlo in piedi. Secondo il report, a questi shock occasionali si aggiungono le tasse vere e proprie, che nella maggior parte dei casi aiutano i governi a varare sussidi o tagli ai costi energetici che spesso, per i più poveri, sono insufficienti, mentre i profitti delle aziende rimangono intatti. C’è poi una terza spesa che rientra in quei 1.200 dollari l’anno versati ai giganti del petrolio. Si tratta dei danni causati dal cambiamento climatico. Danni causati in realtà dall’industria fossile, che negli ultimi dieci anni ammontano già a 2 mila miliardi di dollari e che puntualmente paga qualcun altro.

Intanto, come nota l’organizzazione, viene alimentata la narrazione secondo cui il petrolio continua a essere la soluzione più economica a tutti i problemi. Una narrazione che non tiene conto né dei veri costi dell’estrattivismo, né delle più economiche rinnovabili. A farne le spese sono le persone più povere e in particolare quei Paesi, tre quarti di tutto il mondo, che sono importatori di fonti fossili e non hanno i mezzi per finanziare la transizione. Merito anche dell’importante lavoro di lobbying degli esportatori e dei Paesi produttori, lo stesso che ha paralizzato le recenti conferenze sul clima delle Nazioni Unite, le Cop per intenderci.

L’ultima è stata in Brasile, a novembre, così deludente che Olanda e Colombia hanno deciso di farne una al di fuori del meccanismo delle Nazioni Unite, aperta ai volenterosi che intendono davvero abbandonare le fonti fossili e non farne soltanto uno slogan. L’incontro si sta tenendo adesso, a Santa Marta, e sta entrando nel vivo proprio in questi giorni. La particolarità è che, al contrario delle Cop, la politica viene dopo. Prima, a parlare sono stati scienziati, attivisti e rappresentati della società civile di oltre 50 Paesi. Ora tocca ai rappresentanti politici, che domani chiuderanno i lavori di questa 5 giorni. L’alternativa c’è, bisogna solo capire come arrivarci.

Segui Radio Popolare su