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Com’è andata a Milano: i dati, i nomi e le conclusioni di queste elezioni

Non ci saranno ballottaggi nemmeno nei nove municipi di Milano, non c’è più centro o periferia, il centrosinistra vince ovunque al primo turno. La destra non va a votare (mancano quasi 100mila voti rispetto a cinque anni fa e il doppio rispetto all’ultima Moratti) e la coalizione di Beppe Sala sbanca la città, prendendo più voti sia del primo turno che del ballottaggio di cinque anni fa, nonostante l’astensione storica sopra il 50%. Sono 25 i punti di distanza con il candidato della destra e il Pd 5 punti sopra Lega, fratelli d’Italia e Forza Italia messi insieme, chiudono il quadro di una sconfitta storica. Non ci sarà altra opposizione in consiglio, nemmeno un consigliere. Non entrano i 5 stelle. Non entra la sinistra (nè quella con Sala né quella contro Sala che raccoglie in cinque liste meno del 3%). Ritorna il bipolarismo perfetto. Beppe Sala, quindi, non governerà da solo, ma soprattutto col Pd e una spruzzata di verde, praticamente senza opposizione sociale in consiglio che si dovrà ricostruire fuori. Idem per i 5Stelle. Il Pd ha l’occasione di agire la sua leadership e dimostrare che idea di centrosinistra e di rappresentanza popolare è in grado di mettere in campo.

Il centrosinistra

Sono 31 i consiglieri per la coalizione del sindaco uscente, con il Pd col suo ottimo quasi 34% che può fare maggioranza relativa in consiglio da solo con 20 suoi eletti. Campione di preferenze è l’assessore uscente all’urbanistica Pierfrancesco Maran, più di 9mila preferenze, seguito dalla vicesindaco Anna Scavuzzo che con più di 4500 preferenze è la donna più votata del consiglio comunale. Imprescindibili per la giunta. Seguono altri 20 consiglieri e consigliere che superano le mille preferenze (con Lamberto Bertolé e Gaia Romani che superano le duemila, terzi e quarti) il che dimostra un lavoro davvero significativo sulla lista e sul contributo di ognuno. Non ricordiamo paragoni negli ultimi anni di un risultato di “squadra” così notevole. Brava alla segretaria Silvia Roggiani, bisogna proprio dirglielo, che ha valorizzato tutte e tutti. Al nostro microfono ha promesso che rappresenteranno anche quel pezzo di sinistra che non è entrata in consiglio. Su questo vedremo.

La lista Sala sfiora il 10% ed è il quarto partito a pochi voti da Lega e Fratelli d’Italia, non realizza l’exploit annunciato dai sondaggi ma un più che buon risultato. La strategia del sindaco di Milano di avere una lista omnibus con un uomo e una donna per ogni “cluster” (due di sinistra, due ambientalisti, due giovani imprenditori, due riformisti, due del privato sociale ecc.) premia lui. Gli eletti sono 5: i due capolista scelti dal sindaco Emmanuel Conte e Martina Riva, l’ex assessore Gabriele Rabaiotti (bella la sua campagna), il “ciclista” Marco Mazzei e a sorpresa Mauro Orso che dovrebbe essere un giovane imprenditore digital. I Verdi, forse sull’onda del passaggio di Greta in città, sono l’altra sorpresa nel centrosinistra, superano il 5% e avranno tre seggi (il primo Carlo Monguzzi sopra le 1200 preferenze, poi la ex-portavoce nazionale Elena Grandi e infine incredibilmente con 187 preferenze la giornalista ed esperta in sviluppo sostenibile Francesca Cucchiara). I Verdi milanesi non volevano stare più con Sala l’estate scorsa (ma con la sinistra d’opposizione) poi la sterzata imposta dai Verdi europei e italiani, gli ha regalato una vittoria.Vincono anche i civici riformisti col 4% (che eleggono due donne, con più di 1500 preferenze a testa: Lisa Noja, deputata di Italia Viva, e Giulia Pastorella di Azione), vince la sua sfida la lista In Salute che elegge il medico e già consigliere Marco Fumagalli. Perde Milano Unita che nonostante l’alleanza tra Sinistra Italiana e la sinistra arancione di Sala e con due capilista come Paolo Limonta (ex assessore all’edilizia urbana nonché braccio destro di Giuliano Pisapia e promotore dei suoi comitati) e Elena Lattuada, ex segretaria della Cgil lombarda, si ferma al 1,56%.

Beppe Sala a Milano fa una campagna mirata e misurata, va nei quartieri tutti i giorni senza telecamere e megafoni al seguito, incontra tutte le lobby, lavora sodo perché come dice lui “il consenso in questa città si conquista e si perde ogni giorno” e si ritrova uguale ma diverso da prima della pandemia. Promette che il rilancio sarà finanziato dal Pnrr (con dell’edilizia popolare), dice che periferie significherà quartieri con servizi e opportunità, e la mobilità sarà sempre più pubblica, lenta e sostenibile, i famosi 15 minuti. “Sarò il sindaco di tutti perché vi farò partecipare”, dice a chi non l’ha votato, “ma sull’ambiente farò scelte coraggiose”. Sarà l’equilibrio col Pd il banco di prova.

La destra

Fuga del centro per la coalizione a trazione Matteo Salvini: 60mila voti persi rispetto a cinque anni fa e sembrano tutti dai cosiddetti “moderati”, perché la destra i suoi voti li tiene, anzi forse li aumenta. La Lega si conferma secondo partito ma rispetto al 27% delle europee di due anni fa il 10% raccolto ora sembra un disastro. D’altronde la campagna, guidata da Salvini e agita dal suo plenipotenziario in città Stefano Bolognini (anche assessore regionale) è tutta sbagliata: i tempi (un anno di annunci di candidature entro pochi giorni logorano anche il più fedele degli elettori), il candidato (che quando arriva si dimostra completamente inesperto e non supportato, forse era meglio l’usato sicuro che consigliava Forza Italia), la comunicazione (cartelloni senza il nome del candidato sindaco, solo la faccia di Salvini che dice “chi sbaglia paga”: francamente coi 49 milioni e quel che sta succedendo… non proprio una grande idea). Sbagliano anche i temi puntando come un disco rotto contro la criminalità straniera i campi rom, i centro-sociali e le piste ciclabili. Roba già consunta dieci anni fa. Tra i suoi consiglieri spiccano le oltre 3500 preferenze a Silvia Sardone, seconda donna più votata.Fratelli d’Italia quasi raggiunge La Lega (9,76%) e può cantare vittoria (di Pirro); Vittorio feltri prende più di 2mila preferenza ma non andrà in consiglio, tra i suoi 5 consiglieri la terza più votata (quasi mille preferenze) è quella Chiara Valcepina al centro dell’inchiesta sui fondi neri e nostalgici fascisti pubblicata da FanPage con l’infiltrato proprio nella campagna elettorale milanese. Inutile ricordarvi che si vedono aperitivi con saluti romani, battute antisemite e via andare.

La Valcepina prende più voti di Enrico Marcora che provava a rappresentare la svolta di credibilità al centro di Giorgia Meloni (tanto promossa da Ernesto galli della Loggia dalle colonne del Corriere della Sera). Sarà per la prossima volta, i voti dei post-fascisti contano.Forza Italia fatica a superare il 7% e avrà 3 consiglieri, il minimo storico. L’Italia popolare di Maurizio Lupi che sarebbe stato un candidato più fastidioso di Bernardo prende l’1,86%.

I cinquestelle

La candidata scelta da Giuseppe Conte, Layla Pavone (imprenditrice) prende una manciata di voti in più della lista ufficiale del movimento, ma siamo al 2,8% (rispetto al 10% abbondante di cinque anni fa). Elena Sironi la candidata scelta dal movimento prima che paracadutassero la Pavone prende 299 preferenze. Patrizia Bedori, la storia capolista del movimento passata alla sinistra di Milano in Comune ne prende 203. Dove sono finiti gli elettori dei 5Stelle? Probabilmente a casa. La ricostruzione sarà anche l’unica soluzione, ma non sarà semplice.

La sinistra

La sfida di Milano in Comune con Rifondazione comunista (1%) è affondata con la Civica ambientalista dei comitati attivi in città su diverse arre urbane (0,6%). Il candidato sindaco Gabriele Mariani (tra i più preparati oggettivamente) prende 7500 ovvero 12mila in meno della lista del solo Basilio Rizzo cinque anni (era la quarta forza in consiglio). Il progetto politico non c’è. Anche sommando (cosa ovviamente sgradita a loro stessi) le altre 4 liste a sinistra, Potere al Popolo e le tre comuniste (Pci, Partito comunista e Partito comunista dei lavoratori in ordine di voti), non si arriva al 3%. Esiste una opposizione sociale in città? La risposta, anche qui, ai ricostruttori. Ci permettiamo umilmente di proporre solo volti nuovi e meno steccati.

Gli outsider

Gianluigi Paragone arriva incredibilmente terzo! Sembrerebbe un gran risultato ma col 3% non entra in consiglio. Troppo pochi 14mila voti in tutto. Come sono pochissimi quelli dei socialisti liberali di Goggi, poco più di 3mila. il Partito Gay Lgbt+ e la Lista 3V sono sopra i 2mila. Milano inizia qui si ferma a 800. Non c’è spazio per nessuna improvvisazione.

Foto | Ansa

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    Claudio Jampaglia
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