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Biennale, le proteste contro “la cultura che serve il regime”. E Buttafuoco prova a schivare le sanzioni

06 maggio 2026|Tiziana Ricci
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Protesta delle Pussy Riot alla Biennale 2026

Lo avevano annunciato e l’hanno fatto. Le Pussy Riot hanno fatto un blitz davanti al padiglione della Russia. A loro si sono unite le Femen,  movimento femminista di protesta ucraino nato a Kiev nel 2008. Volto coperto da un passamontagna rosa, fumogeni, gialli e blu, bandiere dell’Ucraina lanciando slogan contro la Russia. Intanto, all’interno si svolgeva la performance de L’Albero radicato in cielo’ in un’atmosfera di natura è quasi di festa a base di vodka, proprio come denunciano le Pussy Riot, la cultura che serve il regime che non disturba Putin. E Buttafuoco, fermo nella sua decisione, trova un escamotage: per far fronte al rischio di sanzioni da parte della Commissione Europea, il padiglione russo con la performance sarà aperto solo nei giorni di preview per i giornalisti. Poi dal 9 maggio, l’apertura al pubblico, lo vedrà chiuso e l’installazione e il video si potranno vedere solo in una proiezione esterna. Vedremo se questo basterà allaUE. Proteste di 200 persone, l’alleanza di artisti contro il genocidio anche davanti al padiglione di Israele. Striscioni invitavano alla manifestazione in programma venerdì 8 maggio a Venezia e polemiche anche intorno al padiglione USA per l’artista Alma Allen, scultore voluto da Trump. Insomma, la Biennale apre in un’atmosfera che riflette il malessere del mondo.

Tiziana Ricci ha intervistato Roberto Pinto, critico d’arte, docente e nostro collaboratore, che si trova alla Biennale di Venezia

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