Approfondimenti

Belem 2025. Temi, obiettivi e sfide della Cop30

Applausi, occhi lucidi, abbracci. Dieci anni fa venivano firmati gli accordi di Parigi: 195 Stati si sono impegnati a limitare l’aumento della temperatura media globale a 1.5 gradi. Gli accordi di Parigi rappresentano il più importante trattato internazionale sui cambiamenti climatici, un’ancora di salvezza. Ogni anno, da allora, le parti si riuniscono con l’obiettivo di scrivere articoli dell’accordo: su mitigazione, adattamento, finanza e giusta transizione. Dal 10 al 21 novembre si terrà la Cop30 a Belem, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana. A dieci anni di distanza da Parigi il Segretario Generale delle Nazioni Unite Guterres ha dichiarato “inevitabile” il superamento dell’obiettivo 1.5 gradi, con conseguenze devastanti. “Bisogna – ha detto – riconoscere il nostro fallimento”. La scrittura dei pezzi dell’accordo di Parigi è terminata. Quest’anno la Conferenza delle Parti sul clima si prospetta più politica: come si trasformano le promesse in azioni? Cosa ci sarà dopo l’accordo di Parigi? Le parti, inoltre, dovranno presentare gli NDCs, ovvero piani climatici per ridurre le emissioni e adattarsi ai cambiamenti climatici. L’Unione Europea e la Cina hanno presentato i loro piani climatici in ritardo, mentre gli Stati Uniti hanno ritirato gli NDCs presentati da Biden dopo la vittoria di Trump. Nonostante le sfide, Lula e la presidenza brasiliana non si arrendono: hanno l’obiettivo di rilanciare il multilateralismo, accelerare l’attuazione dell’accordo di Parigi e il “mutirao”, concetto brasiliano che significa mobilitazione della società civile, comunità indigene, comunità internazionale in uno sforzo globale di cooperazione per perseguire un unico fine, ognuno con i propri mezzi a sua disposizione.

La flotilla dei popoli indigeni partita dall’Ecuador in viaggio verso il Brasile
Dove il rio Negro e il rio Solimoes si incontrano una barca solca le acque dell’Amazzonia, in direzione Bèlem, per la Conferenza sul Clima. Le acque marrone scure e chiare dei due fiumi non si mescolano per diversi chilometri a causa delle diverse temperature e dei diversi sedimenti. La flotilla che naviga quelle acque si chiama Yaku Mama. Il termine deriva della lingua Quechua, che significa Madre dell’Acqua, ovvero uno spirito sacro, presente nelle acque e nei fiumi dell’Amazzonia. Questo spirito è rappresentato da una anaconda, una forza vitale che dà origine a tutte le forme di vita e mantiene l’armonia tra i mondi. Sull’imbarcazione ci sono circa 60 rappresentanti di organizzazioni indigene che parteciperanno alla COP30. Oltre ai paesi amazzonici, provengono anche dal Messico, Guatemala, Panama e persino Indonesia. Il percorso dell’imbarcazione ha una valenza simbolica: ripercorre la rotta inversa dei colonizzatori, in un viaggio di resistenza e di autodeterminazione. Tutto è partito il 9 novembre dai ghiacciai del Vulcano Cayambe in Ecuador, luogo sacro per le comunità originarie. Il viaggio è proseguito passando per il Perù, la Colombia e il Brasile. Ad ogni tappa la flotilla viene accolta dalle comunità che abitano nei pressi del fiume. Durante il viaggio ci sono stati scambi di esperienze con le comunità locali incontrate. Il popolo Ticuna della comunità di San Juan Barranco, al confine tra Colombia e Perù,  ha accolto i visitatori con canti e danze ed ha condiviso le sfide del proprio territorio. La comunità Ticuna è minacciata da narcotrafficanti e aziende minerarie a causa della presenza di risorse naturali e minerarie. Anche gli altri partecipanti della Flotilla si sono identificati in questa esperienza, nonostante provenissero da contesti molti differenti. La difesa dei propri territori da interessi estrattivistici mette a rischio le comunità indigene. Infatti, secondo il Global Witness, sono oltre 2mila i difensori dell’ambiente uccisi o scomparsi tra il 2012 e il 2024. Le minacce subite dalle comunità originarie sono spesso sottovalutate, nonostante il loro ruolo nella tutela delle foreste primarie e la biodiversità sia fondamentale. Il viaggio della Yaku Mama Flotilla continua, l’arrivo è previsto per il 9 novembre.

Essere nella Foresta per la Foresta: un luogo carico di significato, ma anche pieno di difficoltà 
L’Amazzonia brasiliana, come località della trentesima Conferenza delle Parti, è emersa durante la COP28 a Dubai. La scelta è stata accolta con entusiasmo dai movimenti per il clima. Dopo anni in cui i vertici sul clima si sono svolti in petrol-stati come Emirati Arabi Uniti, Egitto e Azerbaijan, il Brasile viene percepito come “l’ultima chiamata” per cambiare rotta. La Cop30 è un vertice che ha anche una grande valenza simbolica. Viene chiamata anche “La conferenza nella Foresta per la Foresta” nonostante i temi siano molteplici. L’Amazzonia è un enorme “pozzo di carbonio”, capace di assorbire miliardi di tonnellate di C02 ogni anno. Ma dall’altro canto è uno dei territori più vulnerabili agli effetti della crisi climatica. Quest’anno si prevede anche la maggior presenza di popoli indigeni nella storia delle COP, con oltre 3 mila membri, di cui mille partecipanti ai negoziati ufficiali. L’Amazzonia non è solo natura, è anche la casa di milioni persone che la abitano. L’Amazzonia rappresenta anche il punto di non ritorno: una soglia critica, superata la quale si va incontro ad un cambiamento irreversibile. Svolgere la Cop a Belem obbliga i negoziatori e capi di stato a confrontarsi con la sfida in atto. Trovarsi proprio lì è come dire: non abbiamo più tempo, dobbiamo agire

Le piccole isole del Pacifico lottano con l’arma del diritto internazionale per difendere la propria sopravvivenza
Mia Mottley viene considerata la leader globale della giustizia climatica e portavoce dei piccoli stati insulari in via di sviluppo. La prima ministra delle Barbados sta spingendo per un’azione urgente sul clima, al fine di  tutelare le popolazioni più vulnerabili e maggiormente colpite dagli effetti della crisi climatica. Le sue testimonianze durante i negoziati sul clima sono emozionanti ed incisive. Barbados è una piccola isola a forma di pera, nell’Oceano Atlantico settentrionale. La abitano quasi 300 mila persone, che vedono, ogni anno che passa, l’acqua erodere sempre di più il loro territorio. Senza azioni immediate l’isola potrebbe perdere fino al 50% del suo volume di sabbia entro il 2100. L’isola è particolarmente vulnerabile anche alle tempeste. Gli uragani distruggono le infrastrutture, i danni possono raggiungere anche 300% del PIL di un piccolo stato insulare, come le Barbados, che si aggira intorno a 7 miliardi di dollari l’anno. Barbados fa parte dell’Associazione dei piccoli stati insulari insieme a Tuvalu, Fiji, Vanuatu, Samoa e molte altre. Il 24 luglio 2025 la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha stabilito che i Paesi sono “obbligati” a “prevenire i danni derivanti dai cambiamenti climatici”. Il parere consultivo della corte rispondeva a una richiesta dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, innescata da risoluzione promossa dagli studenti delle isole del pacifico. Il parere emesso dalla Corte Internazionale di Giustizia potrebbe dare nuova linfa ai negoziati globali sui cambiamenti climatici. Per le nazioni insulari la battaglia è difendere la legalità della propria sopravvivenza. Quest’anno durante la Cop30 si presenteranno armati della bussola legale.

Il mercato del “carbonio insanguinato” nel Kenya del nord
Una mandria di bovini pascola nel nord del Kenya. In quel territorio abitano molte popolazioni nomadi. Abdullahi Hajj Gonjobe fa parte del popolo Borena, una comunità indigena di pastori che da millenni pascola in quelle terre. Però, dal 2004, qualcosa cambia: l’organizzazione statunitense Northern Rangelands Trust realizza nel nord del Kenya 39 aree di conservazione, su oltre 42 mila chilometri quadrati. Il progetto promosso dalla NRT è “il più grande progetto di rimozione del carbonio”, secondo il sito ufficiale. La sostituzione del pascolo tradizionale con uno pianificato permetterebbe di ridurre, secondo l’organizzazione statunitense, la pressione degli animali sulla vegetazione, in modo da garantire una ricrescita più veloce della selva e, dunque, maggior capacità di stoccaggio di anidride carbonica. Garantisce, quindi ,“crediti di carbonio”, ovvero “permessi” per emettere gas serra che vengono venduti ad aziende o stati al fine di compensare le emissioni climalteranti derivate dalle loro attività. Questa compravendita fa parte del mercato del Carbonio, nato nel 1997 con il protocollo di Kyoto ed entrato in vigore nel 2005. Questo sistema è pensato per incoraggiare gli investimenti in progetti virtuosi sostenibili. L’ong impegnata nella tutela dei popoli indigeni, Survival International, ha messo in discussione l’iniziativa nel suo rapporto “Carbonio Insanguinato”. Ha accusato l’organizzazione statunitense di utilizzare terre delle comunità locali come strumenti per stoccare anidride carbonica, per poi rivendere i “crediti” senza però curarsi delle conseguenze su chi abita quei territori da generazioni. Inoltre, le popolazioni locali denunciano violenze, stupri e abusi subiti dai guardiani dei parchi. Sulla questione si è espressa, a gennaio 2025, il Tribunale keniano per l’Ambiente e il Territorio di Isiolo. La corte ha ordinato ai guardiaparco, accusati di abusi dei diritti umani, di lasciare queste riserve. Inoltre, ha dichiarato che due delle più grandi aree di conservazione istituite dalla Northern Rangelands Trust sono state realizzate senza alcuna base giuridica. Questa è solo l’ultima stoccata alla credibilità dei progetti di crediti di carbonio. Prima di allora un’inchiesta aveva dimostrato che oltre il 90% delle compensazioni di carbonio della foresta pluviale sono in realtà “crediti fantasma”.

Alice Franchi

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