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Baruffe chiozzotte, abissi, speranze [guai a deluderle!]

22 giugno 2026|Marco Garzonio
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L'ambrosiano di Marco Garzonio

Son “cosa loro”, di Trump e Meloni, le baruffe chiozzotte sovraniste, su chi procura popolarità e fortune dell’altro o lo penalizza: esercizi di chi pensa a sé, non al mondo e al bene di tutti. Con famiglie sempre più povere, luce, gas e benzina alle stelle, i crimini di Bibi a Gaza e Libano, ritrovo la responsabilità d’una cittadinanza attiva in questa Repubblica che ha nella Costituzione visione del mondo e della persona umana e dispone di strumenti per cambiare.

La cronaca ha offerto altre immagini da cui ripartire: la foto del Campo largo; il libro di Omer Bartov Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio la sconfitta morale di Israele (Laterza); i funerali del Cardinal Ruini. Son tre esempi di qualcosa che può attivare cambiamenti interni e internazionali e agganciare il popolo del NO al Referendum, a cominciare dai giovani. Partiamo dal selfie di Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni; si son dati due appuntamenti e un metodo; entro luglio mettere su carta le 4/5 cose che qualificano un’alternativa e su di esse mobilitare le coscienze.

Qualcuno mancava nella foto, è vero; ma c’è tutto il tempo per aggiungersi e per accogliere se si vuole davvero il bene comune invece della propria affermazione narcisistica e, insisto, l’attuazione della Costituzione: eguaglianza, riforma delle cause dell’ingiustizia, scuola pubblica, sanità e welfare, libertà, pace. Pace, appunto, e rifiuto della guerra: ecco la seconda immagine. L’importante libro di Bartov s’interroga su com’è stato possibile che Israele «abbia acquisito tutti i tratti degli etnonazionalismi implacabili, spietati e sempre più razzisti dai quali proprio il sionismo intendeva liberare gli Ebrei d’Europa». Bartov, da storico rigoroso, non si arrende al male. Pur ritenendo al momento la prospettiva «improbabile» è convinto che «sotto una guida statunitense forte e determinata» (il tycoon passerà!) sarebbe ancora possibile una convivenza tra Ebrei e Palestinesi. «Nel mondo sarà pace quando ci sarà pace a Gerusalemme» profetizzava il Martini.

I corsi e ricorsi della storia sono il terzo orizzonte di cambiamenti possibili: il Cardinale biblista propugnava cristiani sale della terra non sudditi benedicenti il capo, propugnava una Chiesa piccolo gregge e granello di senape, delle Beatitudini. Dissonante rispetto a tale radicalità evangelica prevalse Ruini morto qualche giorno fa. Per vent’anni l’ex Presidente della Cei ha condizionato la presenza politica dei cattolici in sintonia con Berlusconi e destre, affossato Prodi e Bindi, delegittimato il cattolicesimo democratico. Nelle esequie di Ruini Leone XIV ha usato parole d’encomio per l’uomo che non potevano non risultare l’orazione funebre su un’idea di Chiesa compromessa col potere.

Prevost è nella linea di Francesco; non ne ha la strabordante empatia, ma la visione è quella. Crede che l’umanità sia “magnifica”, non solo fonte di guerre e ingiustizie; insiste su pace disarmata e disarmante, Gaza, migranti da rispettare, ambiente; raccomanda interiorità. Non a caso è stato ripetutamente attaccato da Trump. Al tycoon però Prevost non ha risposto. Solo tra sodali e nei cortili scoppiano baruffe chiozzotte. E a recuperar dignità, dopo aver proposto Trump al Nobel per la pace, non basta tuffarsi in un bagno di orgoglio tra gli Alpini e correr dietro a selfie maquillage con le Penne Nere. Xe pèso el tacòn del buso, dicono in quelle terre; «il rattoppo è peggio del buco».

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