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Aspettando gli Oscar: il movimento delle donne in Iran nel film di Mohammad Rasoulof

Mohammad Rasoulof

Nella cinquina dei film in lingua straniera, gareggia per gli Oscar “Il seme del fico sacro” di Mohammad Rasoulof, un film politico, prezioso, già premiato dalla giuria del Festival di Cannes e in uscita domani nelle sale italiane.

Il regista iraniano era arrivato al Festival di Cannes dopo essere scappato di nascosto dal suo paese, dove era stato condannato a otto anni di carcere per i contenuti anti-regime sempre presenti nel suo cinema. All’inizio di maggio si era rifugiato in Germania per poter partecipare al Festival con questo suo film di denuncia. Prima del suo arrivo sulla scintillante Croisette, girava la voce che Rasoulof stava affrontando un lungo viaggio pericoloso accompagnato da una guida che lo avrebbe aiutato ad attraversare le montagne e a varcare il confine a piedi.

Il suo film, girato mesi prima in clandestinità, sfida ogni censura con la storia di un giudice del regime e delle sue figlie attiviste nel movimento contro le repressioni sulle donne ‘Donna, Vita, Libertà’. Con uno stile che sfocia nel thriller Rasoulof è bravissimo nel mostrare l’atrocità politica e religiosa all’interno di una famiglia. Utilizzando in certi momenti le immagini postate durante le manifestazioni e abbandonando coraggiosamente il suo tipico stile allegorico anti-censura.

Rasoulof ha dichiarato che l’idea per “Il seme del fico sacro” gli è venuta quando scoppiò la rivolta delle donne ed era recluso nel carcere di Evin. “Un funzionario del carcere mi confessò la sua rabbia per la complicità con un regime repressivo che i suoi figli combattevano”. Il problema, secondo Rasoulof, non è fare il regista in Iran. Ma è scegliere di rimanere se stessi sotto una dittatura.

“Il seme del fico sacro” di Mohammad Rasoulof rappresenta una voce libera per tutti gli iraniani e le donne iraniane che hanno subito la censura e la violenza del regime.

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
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    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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