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Asia Argento e l’accanimento mediatico

Asia Argento

Faccia d’Argento”. “La molestata molestò un minore”. “Molestatrice MeToo”, “Asia Weinstein”. Sono i titoli di alcuni giornali all’indomani delle rivelazioni del New York Times, secondo il quale l’attrice italiana Asia Argento ha raggiunto un accordo economico con l’attore Jimmy Bennet, che l’accusava di averlo molestato quando era minorenne, nel 2013.

La stampa italiana non vedeva l’ora che Asia Argento cadesse in disgrazia per potersi avventare nuovamente su di lei. Questo è il trattamento mediatico dedicato all’attrice che in Italia è diventata il controverso simbolo della presa di parola delle donne sul tema delle molestie sul lavoro, un problema diffusissimo.

All’indomani della denuncia che Argento fece al produttore Weinstein, si scrissero pagine intere in cui si metteva in dubbio tutto delle sue accuse: perché aveva avuto una vita sregolata, perché aveva fatto carriera con Weinstein, perché era antipatica, perché era ricca, perché aveva i tatuaggi. Come si poteva crederle?

My son my love until I will live @jimmymbennett marina del rey 05.2013

Un post condiviso da asiaargento (@asiaargento) in data:

Ora che le accuse sono a parti invertite, nessuno si è messo a fare la radiografia all’accusatore. Gli si crede e basta. E non soltanto perché c’è stata una transazione finanziaria. Nessuno invoca la giustizia dei tribunali, nessun garantismo.

Alla base di questo trattamento non c’è solo un accanimento specifico verso Asia Argento, ma c’è il più ambito tentativo di depotenziare il movimento #MeToo, i movimenti femministi, di confinare il tema delle violenze di genere, che con tanta fatica ha conquistato la scena pubblica, nell’oblio in cui la cultura sessista cerca di ricacciarlo. Il patriarcato è vivo e alberga soprattutto nei posti di potere. Quindi anche ai vertici delle redazioni.

Colpire Asia Argento significa voler zittire tutte quelle donne che in situazioni meno privilegiate dell’attrice, e sono la maggioranza, hanno voglia di dire basta alle violenze.

Asia Argento
Foto dal profilo Instagram di Asia Argento https://www.instagram.com/asiaargento/
  • Autore articolo
    Chiara Ronzani
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    Il pubblico ministero alle dipendenze della politica? C'è già! Per trovarne qualche traccia, inutile cercare nella legge Meloni-Nordio, che smembra il Csm e stravolge l’autonomia delle toghe con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. E’ la legge su cui voteremo nel referendum di fine marzo. Il pm che dipende da criteri generali e criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale è già scritto, nero su bianco, nella cosiddetta riforma Cartabia del processo penale. Le norme della Cartabia (legge n.134/2021) prevedono che sia il parlamento a dettare criteri generali per le indagini. Se è il parlamento a doversene occupare è probabile che a decidere sia allora la maggioranza di governo. Dunque, la maggioranza parlamentare detta i criteri generali e poi – secondo la legge Cartabia – gli uffici del pm individuano i criteri di priorità (questo sì, questo no) tra i vari reati. Infine, il pm si adegua. Una forma di dipendenza c’è, anche se forse più blanda di quella paventata dai sostenitori del NO (un pm alle dipendenze del Guardasigilli). Ora, la norma è contenuta in una legge delega approvata dal parlamento cinque anni fa e che il ministro Nordio dovrebbe attuare con decreti legislativi. Ma questo non sta avvenendo. Perchè Nordio tiene chiusa in un cassetto la legge Cartabia? Pubblica lo ha chiesto all’ex magistrato Nello Rossi, direttore della rivista giuridica “Questione giustizia” (Magistratura democratica), autore con Armando Spataro (ex pm ed ex membro del Csm) di «Le ragioni del NO» (Laterza 2025). «Questa legge – racconta Nello Rossi - è stata relegata nel dimenticatoio perchè era un utile meccanismo di coordinamento tra il parlamento e le procure della repubblica. La maggioranza di destra l'ha sistematicamente ignorata, lasciata nel cassetto. A loro non interessa questo meccanismo di coordinamento. Il che poi giustifica scelte come quelle di un meccanismo di controllo del pubblico ministero da parte dell'esecutivo».

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    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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