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A Genova la poetessa afroamericana Moor Mother racconta la città mineraria del Congo da cui fu estratto l’uranio per le bombe di Hiroshima

31 maggio 2026|Marcello Lorrai
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La poetessa afroamericana Moor Mother

Uno dei momenti più intensi dell’ultima Biennale Musica di Venezia, nell’autunno scorso, è stato rappresentato da Shinkolobwe di Moor Mother. Moor Mother è una carismatica poetessa e performer afroamericana, nota in particolare come voce di Irreversible Entanglements, un quintetto di jazz d’avanguardia che si è formato dieci anni fa nel contesto di iniziative di protesta per l’uccisione a Brooklyn del giovane afroamericano Akai Gurley da parte di un agente di polizia. Shinkolobwe è la città mineraria del Congo da cui venne estratto l’uranio utilizzato per le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki: in un contesto sonoro spiritato, lancinante e allucinato in cui si incrociano elettronica e strumenti acustici, la voce di Moor Mother, fra spoken word e grido, urla lo sfruttamento dell’Africa, che prosegue in forma neocoloniale – a causa delle sue risorse il Congo continua ad essere un Paese senza pace – e l’atrocità della guerra. Con musicisti in parte diversi da Venezia – Aquiles Navarro, membro degli Irreversible Entanglements, alla tromba, Pasquale Mirra al vibrafono e Hamid Drake alla batteria, sabato 6 giugno Moor Mother riproporrà Shinkolobwe nell’ambito della rassegna genovese Electropark, che prenderà il via nel weekend 5-7 giugno per proseguire poi con altri appuntamenti il 14 giugno, e il 2-3-4-5 luglio. La performance di Moor Mother è solo uno dei molti motivi di interesse di un festival multidisciplinare di elettronica e arti performative che sotto l’intestazione “Outer Space”, ispirata al film Space is the Place del visionario protagonista del jazz d’avanguardia Sun Ra, si distingue – con diverse prime per l’Italia – per il suo approccio transnazionale – artiste e artisti provenienti da venticinque paesi – e per la sua attenzione a forme espressive innovative, alla dimensione diasporica, a contenuti non accomodanti, e alle nuove culture artistiche elaborate dalle nuove generazioni del continente nero. Denso il programma dei primi tre giorni. Il 5 giugno aprirà Dean Bowen, poeta e performer olandese, con una lettura-performance sul tema della fluttuazione dell’identità; Cherish Menzo, coreografa olandese originaria del Suriname, proporrà un lavoro sugli stereotipi sul corpo nero; quindi lowkolos, artista turco residente ad Amsterdam, presenterà un progetto che combina musica elettronica, visual audio-reattivi e proiezioni su pellicole olografiche; a mezzanotte si esibirà Luzai, cantante italocamerunese residente a Milano, con un live fra avant-pop ed elettronica; infine dall’Uganda, un progetto di Jonathan Uliel Saldanha con la trombettista Florence Nandawula, fra dub, techno e percussioni. Sabato 6 aprirà in mattinata Federica Loredan, coreografa e body musician affermata nella scena hip hop italiana; poi l’artista e regista Lyric Dela Cruz & Il Mio Filippino Collective animeranno una performance, che prevede la partecipazione del pubblico alla preparazione del pasto, ispirata alla tradizione filippina della fiesta; Justin Randolph Thompson, con il danzatore cubano Ernes Amores Guerra, presenterà un lavoro su Colombo, l’Eneide e la casa di Colombo a Genova; e in chiusura di giornata Moor Mother. Domenica 7 prima italiana di Pulling Scales, di Henry Rodriguez, artista cubano residente in Olanda; quindi Elias Klark, danzatore e performer residente fra Olanda e Cipro, che con The New Buffer Zone riflette sulla divisione dell’isola; chiuderà il weekend Omì, con una performance ispirata alla tradizione funeraria afrocaraibica di nove notti di lutto.

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