A Genova la poetessa afroamericana Moor Mother racconta la città mineraria del Congo da cui fu estratto l’uranio per le bombe di Hiroshima

Uno dei momenti più intensi dell’ultima Biennale Musica di Venezia, nell’autunno scorso, è stato rappresentato da Shinkolobwe di Moor Mother. Moor Mother è una carismatica poetessa e performer afroamericana, nota in particolare come voce di Irreversible Entanglements, un quintetto di jazz d’avanguardia che si è formato dieci anni fa nel contesto di iniziative di protesta per l’uccisione a Brooklyn del giovane afroamericano Akai Gurley da parte di un agente di polizia. Shinkolobwe è la città mineraria del Congo da cui venne estratto l’uranio utilizzato per le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki: in un contesto sonoro spiritato, lancinante e allucinato in cui si incrociano elettronica e strumenti acustici, la voce di Moor Mother, fra spoken word e grido, urla lo sfruttamento dell’Africa, che prosegue in forma neocoloniale – a causa delle sue risorse il Congo continua ad essere un Paese senza pace – e l’atrocità della guerra. Con musicisti in parte diversi da Venezia – Aquiles Navarro, membro degli Irreversible Entanglements, alla tromba, Pasquale Mirra al vibrafono e Hamid Drake alla batteria, sabato 6 giugno Moor Mother riproporrà Shinkolobwe nell’ambito della rassegna genovese Electropark, che prenderà il via nel weekend 5-7 giugno per proseguire poi con altri appuntamenti il 14 giugno, e il 2-3-4-5 luglio. La performance di Moor Mother è solo uno dei molti motivi di interesse di un festival multidisciplinare di elettronica e arti performative che sotto l’intestazione “Outer Space”, ispirata al film Space is the Place del visionario protagonista del jazz d’avanguardia Sun Ra, si distingue – con diverse prime per l’Italia – per il suo approccio transnazionale – artiste e artisti provenienti da venticinque paesi – e per la sua attenzione a forme espressive innovative, alla dimensione diasporica, a contenuti non accomodanti, e alle nuove culture artistiche elaborate dalle nuove generazioni del continente nero. Denso il programma dei primi tre giorni. Il 5 giugno aprirà Dean Bowen, poeta e performer olandese, con una lettura-performance sul tema della fluttuazione dell’identità; Cherish Menzo, coreografa olandese originaria del Suriname, proporrà un lavoro sugli stereotipi sul corpo nero; quindi lowkolos, artista turco residente ad Amsterdam, presenterà un progetto che combina musica elettronica, visual audio-reattivi e proiezioni su pellicole olografiche; a mezzanotte si esibirà Luzai, cantante italocamerunese residente a Milano, con un live fra avant-pop ed elettronica; infine dall’Uganda, un progetto di Jonathan Uliel Saldanha con la trombettista Florence Nandawula, fra dub, techno e percussioni. Sabato 6 aprirà in mattinata Federica Loredan, coreografa e body musician affermata nella scena hip hop italiana; poi l’artista e regista Lyric Dela Cruz & Il Mio Filippino Collective animeranno una performance, che prevede la partecipazione del pubblico alla preparazione del pasto, ispirata alla tradizione filippina della fiesta; Justin Randolph Thompson, con il danzatore cubano Ernes Amores Guerra, presenterà un lavoro su Colombo, l’Eneide e la casa di Colombo a Genova; e in chiusura di giornata Moor Mother. Domenica 7 prima italiana di Pulling Scales, di Henry Rodriguez, artista cubano residente in Olanda; quindi Elias Klark, danzatore e performer residente fra Olanda e Cipro, che con The New Buffer Zone riflette sulla divisione dell’isola; chiuderà il weekend Omì, con una performance ispirata alla tradizione funeraria afrocaraibica di nove notti di lutto.
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