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7 ottobre, tre anni dopo: Israele segnata dal lutto. Su Gaza una rimozione collettiva

07 ottobre 2026|Martina Stefanoni
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Tel Aviv, 7 ottobre 2026

In Israele è il 7 ottobre da tre anni. Lo è per sopravvissuti e famigliari delle vittime che dovranno fare i conti con il trauma probabilmente per il resto della loro vita, ma lo è anche per il resto della popolazione israeliana, perché lì – in quel giorno di tre anni fa – il governo israeliano ha voluto che il tempo si fermasse. In tv, sui giornali, al cinema: il 7 ottobre del 2023 viene fatto rivivere quotidianamente alla popolazione e il governo alimenta giorno, dopo giorno, dopo giorno, gli allarmi sulla sicurezza. Il pericolo arriva da Gaza, dalla Cisgiordania, dal volo flydubai, dall’Iran, dall’antisemitismo nel mondo. Ancora ieri, il premier Netanyahu ha parlato di un alto rischio di attacchi tra il 7 ottobre e le elezioni, tra 20 giorni. E quindi: su Gaza si spara, in Cisgiordania l’esercito lancia l’ennesima operazione militare. Se la minaccia non passa mai, la guerra non passa mai, e se la guerra non passa mai, Netanyahu non passa mai. È su questo che le due date – 7 e 27 ottobre – si saldano, e il premier israeliano, ancora una volta, sfrutta la tragedia per la sua sopravvivenza politica. In tre anni, nessuna commissione d’inchiesta ufficiale e indipendente è stata istituita, nonostante i segnali di una responsabilità di Netanyahu nel più grave attacco nella storia di Israele siano ormai diversi e difficilmente ignorabili.
Per questo in Israele oggi è sì un giorno di dolore, ma anche di rabbia: insieme alle commemorazioni, in tutto il paese ci sono anche manifestazioni di protesta.
Fuori dalla Knesset, Gal Goren, i cui genitori furono uccisi il 7 ottobre e i cui corpi furono portati a Gaza, si è rivolto ai manifestanti: “Come si fa a scrivere di tre anni di nostalgia? Come si fa a parlare di 1097 giorni che in realtà sono un solo giorno che non è mai finito? Cosa si può dire di tre anni di colpa, vergogna e rimpianto?” ha detto. Altri attivisti si sono presentati davanti alla residenza del primo ministro Benjamin Netanyahu alle 6:29 del mattino – ora dell’inizio dell’attacco di Hamas – “per assicurarsi che questa volta, tre anni dopo il terribile massacro, Netanyahu si svegli” hanno dichiarato.
In questo terzo anniversario di quel giorno buio, Israele è spaccato come e più di prima, tra il Paese che vogliono Netanyahu e il suo governo e quello di chi invece continua a sperare in un futuro che smetta di assomigliare all’eterno ritorno della violenza.
In questo giorno lungo tre anni, però, vivono anche i palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania, vittime di un genocidio, dell’occupazione e della pulizia etnica. Vittime di quel rimosso collettivo che, a parte sparute minoranze, in Israele sembra continuare a regnare e che né i mesi e gli anni passati né le elezioni che sono alle porte sembrano essere in grado di affrontare, di togliere dal buio di un silenzio colpevole e calcolato.

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