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40 mila rider con paghe da fame: Glovo in amministrazione controllata

Glovo in amministrazione controllata ANSA

La Procura di Milano ha chiesto l’amministrazione controllata per Foodinho, la società della piattaforma Glovo che gestisce circa 40.000 fattorini in tutta Italia. La società e il suo amministratore unico sono indagati per sfruttamento del lavoro e caporalato. Sotto accusa è il sistema di gestione dei rider e le paghe da fame: formalmente autonomi, in realtà pienamente subordinati e sottoposti ad un ferreo controllo della loro attività, con paghe tra 2 e 3 euro a consegna. In violazione dell’articolo 36 della Costituzione, sotto la soglia di povertà, e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, praticamente tutti stranieri. Nelle carte, le loro testimonianze:

M.B. “Lavoro per Glovo con partita IVA nella zona Milano Repubblica. Con la bicicletta elettrica svolgevo in media quindici consegne al giorno, lavorando dieci ore senza pause, sei giorni a settimana, per circa 800 euro. Le consegne sono tutte geolocalizzate e, se sono in ritardo, Glovo mi chiama per sapere perché sono fermo. Il compenso era insufficiente per i bisogni essenziali e per inviare soldi alla famiglia in Pakistan“.
S.R.Lavoro cinque o sei giorni alla settimana, nove o dieci ore, per circa 950 euro. Le condizioni economiche sono peggiorate nel tempo: la retribuzione è passata da un sistema a chilometri a uno a consegna. Il reddito non basta, impossibile fare un secondo lavoro, e sono costretto ad accettare le condizioni imposte dalla piattaforma“.
E.I.Svolgo quindici-venticinque consegne al giorno e guadagno tra 700 e 1.000 euro. Il lavoro è fisicamente pesante, soprattutto in condizioni di freddo e pioggia“.
H.Z.L’accesso al lavoro avviene esclusivamente tramite l’app Glovo, non ci sono comunicazioni chiare sugli incentivi reali e non ho contatti umani. Lavoro fino a dodici ore al giorno e il guadagno mensile è compreso tra 650 e 1.000 euro“.
O.E.I.Svolgo tra dieci e trenta consegne al giorno, in base agli ordini disponibili. Lavoro dalle 11:30 fino alle 21 o 22, spesso senza pause. Il pagamento avviene ogni quindici giorni e varia tra 200 e 600 euro. Una volta mi hanno rubato la bicicletta: il costo è stato interamente a mio carico“.

Questi racconti descrivono bene il caporalato digitale, le nuove – ormai non più – frontiere dello sfruttamento che abbiamo sotto i nostri occhi, ed a cui contribuiamo utilizzando le piattaforme. Non è la prima volta che la procura di Milano, in particolare le inchieste del PM Paolo Storari, chiedono l’amministrazione controllata per casi di sfruttamento del lavoro. Sono decine le aziende finite sotto inchiesta, dalla moda alla logistica alla grande distribuzione. Quasi 600 milioni di evasione recuperate all’erario, e quasi 50mila lavoratori regolarizzati. È la prima volta però che riguarda una piattaforma di food delivery.

Negli ultimi anni sono state diverse le sentenze che hanno riconosciuto la natura di lavoro subordinato, e non autonomo, dei fattorini delle piattaforme di distribuzione del cibo. L’unica ad applicare il contratto logistica e trasporto è però JustEat, che per questo è uscita dall’associazione di impresa Assodelivery. Che ha invece siglato un contratto con il sindacato di destra UGL che mantiene la natura autonoma del lavoro. Tra queste anche proprio Glovo. Di nuovo, la magistratura colma una lacuna che né il sindacato, né la politica sono riusciti a colmare. Ai primi tavoli con le piattaforme e i sindacati, siamo nel 2019 e ministro del lavoro era DI Maio, non si è mai arrivati a nulla. Un salario minimo non esiste. Anzi, il governo sta provando in tutti i modi impedire che la rivendicazione dei diritti passi dalla magistratura con quella norma “salva imprese” che per ben tre volte ha provato ad infilare in vari provvedimenti.

A questo si aggiunge la campagna di delegittimazione della magistratura, accusata di ingerenza nel lavoro delle imprese, e ad personam contro il PM milanese Storari e il suo “metodo”, prima di intervenire sul penale, intervengo sull’azienda per tutelare i lavoratori e recuperare il maltolto allo stato. L’inchiesta su Glovo è fondamentale, e crea un precedente. L’amministratore giudiziario dovrà regolarizzare i lavoratori e riportare l’azienda nella legalità, che vuol dire conformare le paghe ai contratti vigenti, e renderli appunto lavoratori subordinati. È una rivoluzione che può far tremare il mondo delle piattaforme, in un business che fa del lavoro sottopagato la cifra portante per mantenere elevati margini di profitto. Proprio l’esperienza di JustEat dimostra che l’attività è sostenibile anche assumendo i lavoratori. Non è quindi un problema di sostenibilità, ma di fare profitto sulla pelle di chi fatica. E va fermato.

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