La politica lettera d’amore all’America di Bad Bunny al Super Bowl (che fa infuriare i MAGA)

“L’inglese non è la mia prima lingua. Ma va bene così: non è la prima lingua nemmeno dell’America”. È una delle dichiarazioni pronunciate da Bad Bunny qualche tempo fa, e che è tornata a circolare in vista della sua esibizione durante l’halftime show del Super Bowl, uno degli eventi, non solo sportivi, più seguiti al mondo.
Ogni anno la finale che assegna il più ambito trofeo di football americano è molto più che una semplice partita: certamente il match – che quest’anno si è giocato letteralmente tra le due coste degli Stati Uniti, i Seattle Seahawks e i New England Patriots – attira l’attenzione degli appassionati di sport, ma il Super Bowl, giunto all’edizione numero 60, è soprattutto un evento culturale, che riunisce tradizionalmente le famiglie statunitensi davanti al piccolo schermo. E proprio per la televisione, in particolar modo per il mondo della pubblicità, è il momento più importante della stagione: il mercato degli spot sfiora le vette più alte, sia per quanto riguarda l’acquisto degli spazi durante la messa in onda della partita, sia per i budget destinati alla realizzazione delle pubblicità stesse. Infine, l’halftime show, lo spettacolo musicale di circa un quarto d’ora che si svolge durante la pausa di metà gara, è uno degli apici dello showbiz musicale, considerato da ogni artista come la consacrazione di una carriera.
Alcuni show sono entrati nella leggenda, come quelli di Prince, Diana Ross e Michael Jackson, o più recentemente le apparizioni di Beyoncé vestita da membro delle Black Panther e il tuffo di Lady Gaga dall’altissimo ultimo anello dello stadio, l’adrenalinico double bill di Jennifer Lopez e Shakira, la celebrazione dell’hip hop storico con Dr. Dre, Eminem e Snoop Dogg, e, lo scorso anno, il trionfo del rapper Kendrick Lamar. Non è affatto un caso che proprio dal 2020 a occuparsi all’organizzazione dell’halftime show sia la Roc Nation di Jay Z, e che un’annata dopo l’altra gli spettacoli siano diventati sempre più densi di simbolismi in grado di intrecciare la cultura pop ai messaggi politici.
Guardare il Super Bowl, nel 2026, guardarlo interamente, performance musicali e pubblicità comprese, è un’esperienza straniante e significativa, che riassume lo stato degli Stati Uniti contemporanei, e anche un po’ del mondo: da un lato non può mai mancare il patriottismo kitsch e ostentato, con i collegamenti alle truppe dispiegate all’estero e il passaggio dell’aviazione militare mentre si canta l’inno nazionale della «land of the free», ancor più sinistro in questi mesi di deriva autocratica, in cui le divise fanno sempre più paura e la libertà pare scarseggiare; anche gli spot pubblicitari, quest’anno, sono sembrati descrivere un panorama distopico, concentrati a convincere il pubblico della bontà insostituibile dell’intelligenza artificiale e dei farmaci dimagranti tipo Ozempic, ormai sempre più diffusi.
Dall’altro lato, però, c’è la musica, e già nell’esibizione d’apertura con il punk rock dei Green Day lo stadio californiano di Santa Clara è andato in visibilio al verso «fuck America!» dell’ormai classica canzone American Idiot, eseguita insieme a Holiday, entrambe tracce politiche composte originariamente per protestare contro la guerra in Iraq. E poi, all’halftime show, con un record d’ascolti di 135 milioni di spettatori, è arrivato Bad Bunny, di cui tanto si è parlato già mesi prima dell’evento: era bastato il solo annuncio a far infuriare i commentatori MAGA, che d’altronde avevano trovato già intollerabile lo show squisitamente black di Kendrick Lamar dell’anno scorso.
Bad Bunny, al secolo Benito Antonio Martinez Ocasio, ha “ricostruito” all’interno dello stadio sia le piantagioni della sua Porto Rico sia le specificità delle tante comunità portoricane della diaspora latina, si è espresso esclusivamente in spagnolo, ha fatto riferimenti chiari ai danni infrastrutturali della sua isola (il segmento con i pali della luce), ma ha anche intessuto, tra un brano e l’altro, la narrazione di una storia d’amore, culminata con la celebrazione di un matrimonio, facendo esplodere lo stadio in una festa caraibica multiforme e inclusiva.
Mentre Donald Trump tuonava dal suo profilo Truth contro quello spettacolo da lui definito “uno schiaffo agli Usa”, Bad Bunny correva per il campo guidando dietro a quella di Porto Rico tutte le bandiere degli stati che compongono l’America, da nord a sud, dal Cile al Canada. “L’unica cosa più forte dell’odio è l’amore” è la scritta gigante che campeggiava dietro di lui: per un attimo, è parso ovvio ed entusiasmante crederci con tutto il cuore.
Continua la lettura


