100 anni fa

1880-1919: l’epopea di J. R. Europe (2)

venerdì 03 maggio 2019 ore 19:43

Gli anni della prima guerra mondiale sono quelli in cui comincia a definirsi il jazz – il primo disco di jazz viene inciso nel ’17 dalla Original Dixieland Jass Band – ma anche quelli in cui alcuni itinerari musicali protojazzistici o vicini al jazz si intrecciano concretamente con le vicende belliche e postbelliche. Se a Londra nel ’19 la Original Dixieland Jazz Band è protagonista del ballo, alla presenza di Sua Maestà, che celebra la firma del trattato di pace a Versailles, c’è anche chi si è fatto onore non solo suonando ma anche combattendo. Uno dei migliori pianisti neri di New York, Willie The Lion Smith, si arruola volontario e al fronte come artigliere si guadagna appunto il soprannome di “the Lion”, il Leone. E combatte anche James Reese. Su due fronti: quello tra Francia e Germania e quello degli afroamericani con il razzismo.

Reese si arruola nel 15° fanteria di New York, un reggimento della guardia nazionale interamente afroamericano che è appena stato formato. Subito dopo di lui si arruola anche un altro personaggio di spicco dell’ambiente musicale afroamericano newyorkese, Noble Sissle, che appare come vocalist nei brani incisi nel ’19 da Reese.

Reese passa l’esame di ufficiale e viene nominato tenente, e destinato a comandare una compagnia di mitraglieri. Ma il comandante del reggimento gli ordina di formare la migliore fanfara dell’esercito degli Stati Uniti, e Reese, inizialmente riluttante, ha anche l’opportunità di reclutare musicisti di talento.

Sul quindicesimo fanteria di New York l’esercito degli Stati Uniti decisamente non scrive una delle pagine più gloriose della sua storia. Il reggimento viene inviato per l’addestramento nel sud, in South Carolina, e benché i concerti della band di Reese vengano graditi da molti abitanti della località, alcune prese di posizione razziste fanno sì che il reggimento venga trasferito: e mandato a completare l’addestramento non in un’altra base negli Usa, ma direttamente in Francia.

Fra le incisioni effettuate dopo il ritorno dalla guerra, fra marzo e maggio del ’19, Indianola contiene degli echi della musica dei nativi americani: originariamente il brano era corredato da un testo che immaginava un indiano americano che andava in Europa per uccidere il Kaiser con il suo tomahawk.

Indianola

 

Quando poi i reparti militari si apprestano a partire per l’Europa, il 15° fanteria di New York viene umiliato escludendolo dalla parata di addio sulla quinta Avenue. Il 15° fanteria di New York arriva in Francia il primo gennaio del 1918: è il primo reparto afroamericano a mettere piede sul suolo francese. La fanfara di Reese celebra l’evento attaccando a suonare la Marsigliese, ma con la propria sensibilità ritmica afroamericana, tanto che di primo acchito i francesi stentano a riconoscere il loro inno nazionale.

Nei primi mesi del ’18 la band di Reese attraversa la Francia suonando per soldati francesi, inglesi e americani, e per i civili francesi, e ottiene un enorme successo suonando Stars and Stripes Forever e Memphis Blues di W. C. Handy.

Nel ’19, al suo rientro, la band di Reese inciderà tre brani di W. C. Handy, fra cui Memphis Blues. Proveniente da Memphis, Handy è un giovane musicista-editore di spartiti di blues che negli anni dieci approda a New York per inserirsi nel fiorente mondo dell’editoria musicale di Tim Pan Alley dove già operavano editori neri. Handy avrebbe poi legato la propria fama all’aver messo in forma di spartito un motivo popolare che aveva ascoltato e all’averci messo la propria firma, sotto il titolo di Saint Louis Blues. Ecco Memphis Blues interpretato da Reese nel ’19.

Memphis Blues

I soldati afroamericani però vogliono combattere. Ma l’esercito degli Stati Uniti li discrimina persino in questo: non vuole mandarli in linea accanto a reggimenti bianchi. Alla fine al 15° fanteria vengono date due alternative: rientrare ingloriosamente negli Usa e attendere la formazione – a cui si sta pensando – di una intera divisione afroamericana, oppure essere inquadrati nelle forze armate francesi che hanno un disperato bisogno di rinforzi. Viene accettata la seconda proposta, e il 15° fanteria viene ribattezzato 369° nel nuovo inquadramento fra le truppe francesi. Ecco un altro brano inciso nel ’19, che diventa un grande successo: è Mirandy, cofirmato da Reese e da Noble Sissle, che avevano partecipato alla guerra assieme, e da Eubie Blake.

Mirandy

Nel marzo del ’18 il 369° fanteria viene avviato al fronte. A questo punto Reese inizia ad insegnare ai suoi uomini a suonare dei nuovi strumenti musicali: le mitragliatrici francesi. Reese è il primo ufficiale afroamericano a comandare dei soldati in combattimento durante la prima guerra mondiale. Trincerato, in giugno il reparto è pesantemente bersagliato dall’artiglieria tedesca e subisce un attacco coi gas. Reese finisce in un ospedale da campo. Sissle, che il giorno dopo lo va a trovare, lo trova impegnato a scrivere quello che sarebbe stato uno dei maggiori successi della band una volta rientrati in patria, On Patrol in No Man’s Land, cioè “in pattuglia nella terra di nessuno”.

La musica americana dell’epoca produsse un’infinità di brani ispirati alla guerra, ma questo li sfida tutti per realismo. Il cantante, nella parte di un ufficiale, chiede che ore sono, dice ai soldati di mettersi in fila, di stare calmi e di non fare rumore, e di prepararsi a scavalcare il bordo della trincea. Poi grida di fare attenzione ad un mortaio tedesco – e qui gli strumenti imitano un’esplosione, poi una raffica di mitragliatrice, eccetera. Ecco il brano registrato subito dopo il rientro, nel marzo del ’19.

On Patrol in No Man’s Land

Reese fu trasferito in convalescenza a Parigi, dove la fanfara in agosto ricevette l’ordine di tenere un concerto al Théâtre des Champs Elysées: l’accoglienza fu trionfale. Negli ultimi mesi di guerra Reese tenne concerti a più non posso per le truppe alleate e la popolazione.

Dopo l’armistizio gli Hellfighters, i “combattenti dell’inferno”, come erano stati soprannominati dai francesi, ricevettero – unico reparto dell’esercito degli Stati Uniti – la croce di guerra. Si scoprì anche che i 191 giorni senza avvicendamenti trascorsi in prima linea dal reparto erano stati il più lungo periodo continuato in azione di tutto l’esercito degli Stati Uniti durante la guerra: in questo periodo gli afroamericani del 369° non avevano avuto nessunissimo contatto con altri reparti delle forze armate americane.

In questo brano, All Of No Man’s Land Is Ours, composto probabilmente da Reese e Noble Sissle subito dopo il rientro, un soldato telefona a casa per dire che è arrivato. Nel titolo e nel testo è ancora citata la terra di nessuno, ma si tratta di una canzone d’amore, in cui il soldato si mette a fare progetti con la sua bella, e quel “tutta la terra di nessuno è nostra” diventa una metafora per il futuro che hanno davanti. Chi canta è Noble Sissle, e il brano fu registrato un mese dopo il rientro a New York, nel marzo del ’19.

All Of No Man’s Land Is Ours

Il 12 febbraio del ’19 il reggimento afroamericano sbarca a New York. Questa volta, anche i soldati afroamericani furono ammessi alla parata della vittoria: il 17 febbraio Reese sfilò alla testa dei sessanta uomini della sua fanfara, con i milletrecento soldati afroamericani del 369°. Il reggimento marciò inquadrato in una formazione tipica dell’esercito francese. La municipalità di New York non aveva proclamato un giorno di festa, ma la sfilata fu salutata da un milione di newyorkesi. La parata si snodò da Madison Square fino ad Harlem. La fanfara di James Reese suonò musiche militari: poi, quando il reggimento entrò ad Harlem, esplose in una canzone, Here Comes My Daddy. Intanto nell’ultimo tratto, in un tripudio di folla, il reggimento aveva abbandonato il suo inquadramento marziale, i soldati cantavano, facevano volteggiare acrobaticamente i fucili, molti avevano una ragazza tra le braccia.

Per Harlem e per la vicenda e la coscienza di sé degli afroamericani la parata attraverso New York dei reparti neri reduci dalla guerra rappresentò una tappa epica.

Nel repertorio che l’orchestra di Reese incide fra marzo e maggio c’è tutta l’esperienza della guerra e anche del ritorno. L’orchestra di Reese incide anche un brano scritto da un compositore bianco, Egbert Van Alstyne, My Choc’late Soldier Sammy Boy, in cui la madre di un soldato afroamericano è orgogliosa di vedere il figlio sfilare nella parata della vittoria. Oggi l’espressione “soldato cioccolato” può farci un po’ effetto, ma all’epoca non aveva un sapore razzista, ed esprimeva la fierezza della propria appartenenza razziale. L’intervento vocale è di Noble Sissle.

My Choc’late Soldier Sammy Boy

Congedato il 25 febbraio, Reese si mise subito al lavoro per delle sedute di incisione e per un tour nazionale della sua orchestra, la cui fama era non minore di quella dell’eroismo del 369°. On Patrol In No Man’s Land diventò un grande successo, e il tour fu pubblicizzato in questi termini: “sessantacinque musicisti combattenti direttamente dal fronte di guerra in Francia: la band che ha fatto impazzire tutta la Francia per il jazz!”.

Un altro brano inciso subito in marzo che diventò molto popolare fu How ‘Ya Gonna Keep ‘Em Down On The Farm?, che esprimeva qualche dubbio sul fatto che i soldati sopravvissuti alle trincee sarebbero tranquillamente tornati alla vita di campagna, e si chiedeva se non sarebbero stati piuttosto attratti dalle luci di Broadway e dai locali notturni; ma interpretato da una orchestra afroamericana il brano diventava metaforico, assumeva un significato politico: i soldati neroamericani avrebbero ripreso a stare sotto, nella società americana, dopo che avevano assaporato il gusto dell’uguaglianza di fronte al nemico e si erano fatti onore in combattimento?

How ‘Ya Gonna Keep ‘Em Down On The Farm?

La formazione musicale di James Reese Europe ha tenuto alto il morale dei soldati neri in Europa ma ha fatto molto effetto anche sui militari americani bianchi e alleati e sui civili francesi che hanno avuto occasione di ascoltarla, che si sono trovati di fronte una musica piena di verve, eccitante, carica di novità, dei musicisti capaci di suonare persino la Marsigliese in maniera sorprendente. Non si tratta di una formazione di jazz, ma si tratta pur sempre di una di quelle esperienze che arano il terreno al jazz che nel frattempo si sta delineando con una fisionomia sempre più precisa: nel ’17, a New York, la Original Dixieland Jass Band incide il primo disco della storia di questa nuova musica.

Se la banda di James Reese non è strettamente una formazione di jazz, però precede la Original Dixieland Jazz Band come ambasciatrice in Europa del nuovo che bolle in pentola nella musica americana: la Original lascia New York per l’Inghilterra un paio di mesi dopo che, nel febbraio del ’19, James Reese e i suoi soldati-musicisti sono tornati a New York. E in ogni modo quello di Reese rappresenta un caso pionieristico di proposta in Europa di una musica di carattere neroamericano: la Original Dixieland Jazz Band era infatti composta da musicisti bianchi, e la Southern Syncopated Orchestra di Will Marion Cook, che va a Londra con il precipuo scopo di illustrare in Europa la grandezza e la specificità della musica afroamericana, parte per il vecchio continente anch’essa dopo il ritorno di Reese, e pressapoco nello stesso periodo della Original.

Proprio i mondi della Original Dixieland Jazz Band e di Will Marion Cook ci offrono alcuni degli indizi che comunque ci dicono che se prima della guerra la musica di James Reese Europe non era ancora jazz, adesso, nel dopoguerra, questa musica verso il jazz sta convergendo.

Fra i brani che Reese incide al suo ritorno c’è per esempio Clarinet Marmalade: un pezzo firmato da Harry Ragas e Larry Shields, membri della Original Dixieland Jazz Band, che quando questo brano nel maggio del ’19 viene registrato da Reese è già arrivata a Londra dove sta mietendo successi. Inciso per la prima volta dalla Original nel ’18, Clarinet Marmalade sta già diventando uno dei brani di riferimento, uno degli “standard” del nuovo jazz.

Clarinet Marmalade

Reese è forse il primo a riprendere in un’incisione Clarinet Marmalade della Original Dixieland Jazz Band, e questa scelta ci dice sia che se i musicisti bianchi ascoltavano con attenzione i musicisti neri avveniva però anche il contrario; sia che il successo della Original era stato davvero clamoroso e che il suo repertorio si stava imponendo.

Quanto ad indizi di una convergenza di Reese verso il jazz propriamente inteso, è significativo anche, in questa fase in cui appena rientrato realizza oltre una ventina di incisioni e monta una grossa tournée nel paese, il suo tentativo – pur non andato a buon fine – di avvalersi di Sidney Bechet, cioè di un giovane musicista che rappresenta la quintessenza del jazz di New Orleans. In effetti nel ’19 Bechet andrà in Europa con Will Marion Cook, vecchia conoscenza di James Reese: e questo ci dice che l’ambiente musicale di cui Reese faceva parte cominciava ad essere consapevole del vero e proprio jazz e cominciava ad esserne attratto.

Clarinet Marmalade è anche uno dei brani in cui Reese fa sfoggio della sua sezione di clarinetti. Un altro è That’s Got ‘Em, del resto scritto da un clarinettista, Wilbur Sweatman, importante protagonista del proto-jazz nero.

That’s Got ‘Em

Per prepararsi alla serie di incisioni che realizza dopo il suo rientro, Reese si reca a Porto Rico, dove recluta cinque clarinettisti e altri musicisti, suonatori di fagotto, sassofono e tuba: in effetti l’elenco dei musicisti che partecipano a queste incisioni abbonda di cognomi latini come Hernandez, Gonzales, Jimenes e Delgado. I clarinetti la fanno da padrone anche in Hesitating Blues, un brano di W. C. Handy. Handy era specializzato nel mettere su partitura dei motivi blues dandogli una forma che confezionava utilizzando elementi di ragtime. Handy era anche un bandleader: Reese incise Hesitating Blues qualche mese prima della formazione di Handy.

Hesitating Blues

Saint Louis Blues è un motivo che W. C. Handy colse in ambito popolare, e che alla metà degli anni dieci mise in forma di spartito, firmando la composizione come sua. Nel ’19 Reese fu uno dei primi ad incidere questo brano che sarebbe diventato uno dei più classici del repertorio del jazz. Lo stesso Handy lo incise con la sua band quattro anni dopo Reese. Handy con la sua band aveva cominciato ad incidere nel ’17: anche la sua non era una formazione di jazz, ma nel confronto si può dire che le incisioni di Reese del ’19 appaiono assai più fresche e libere, meno impregnate della rigidità del ragtime che ancora caratterizza quelle di Handy. Ecco il Saint Louis Blues di Reese.

Saint Louis Blues

Se diversi brani incisi nel ’19 mettono in mostra la sezione di clarinetti, That Moaning Trombone valorizza invece quella dei tromboni. Il trombone era all’epoca uno strumento molto popolare  – ricordiamo che un virtuoso del trombone era Arthur Pryor, leader di una grande banda, rivale di quella di John Philip Sousa nel campo delle popolari orchestre specializzate nelle marce – e il trombone compare nei titoli di diversi brani di quegli anni. That Moaning Trombone era stato scritto da Tom Bethel, membro del Clef Club creato nel 1910 da Reese: l’interpretazione che Reese dà del brano fa di questa incisione una di quelle di Reese più vicine al vero e proprio jazz.

That Moaning Trombone

Gli ultimi anni della prima guerra mondiale sono un momento in cui il termine “jazz” diventa di moda e comincia a conoscere una rapidissima diffusione: siamo agli albori di quella che si chiamerà “The Jazz Age”, l’”età del jazz”. Di questa moda troviamo un paio di testimonianze anche nelle incisioni del ’19 di Reese. Nel caso di Jazz Baby si tratta anche di una testimonianza del fatto che all’epoca, all’insegna appunto della moda, spesso il nome non corrispondeva alla cosa. Jazz Baby fu un brano molto popolare nel ’19, che Reese fu forse il primo ad incidere: ma in realtà non ha un carattere effettivamente jazzistico né il brano né il modo di cantare del vocalist, Creighton Thompson.

Jazz Baby

Un’altra fra le incisioni del ’19 che richiamano nel titolo il jazz è Jazzola, che è proprio una celebrazione della nuova musica, il jazz, a proposito della quale la canzone – con Noble Sissle anche qui come vocalist – dice che “nessuno sa quali siano le sue origini”. Reese non avrebbe avuto il tempo di avvicinarsi ancora di più al jazz, di cui si sentono le avvisaglie nelle sue incisioni del ’19. Reese stava girando gli  Stati Uniti con la sua band, ed era al culmine del successo e della gloria: ma la vita è strana, e gioca a volte dei brutti scherzi. Il 7 maggio Reese è di nuovo in studio per un’altra seduta di incisione: sarà l’ultima. Reese era uscito vivo dalle trincee, sopravvissuto ai bombardamenti e ai gas tedeschi: per cadere vittima, tre mesi dopo il rientro in patria, il 9 maggio, di uno dei suoi percussionisti, Herbert Wright, uno dei musicisti che abbiamo ascoltato in queste incisioni. Reese gli aveva fatto un rimprovero sul suo comportamento durante le esibizioni dell’orchestra nel corso del tour: quando poi gli intimò di uscire dal suo camerino, Wright reagì accoltellandolo al collo. Reese morì poco dopo, e con lui il proto-jazz, la musica afroamericana e più in generale l’America nera persero una personalità che con l’intelligenza e il coraggio che aveva dimostrato, negli anni successivi avrebbe potuto dare ancora tantissimo.

Jazzola

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Aggiornato venerdì 03 maggio 2019 ore 19:48
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