Il baobab è il vero simbolo del Senegal. Nella grande Dakar è occultato dai palazzi e dal traffico ma appena si riesce a lasciarsi alle spalle la città, questo albero diventa l’assoluto protagonista del paesaggio. È un simbolo non solo perché è onnipresente, ma perché rappresenta la sobrietà africana, la capacità di utilizzare tutto, la capacità di avere una relazione amichevole con la natura.
Il frutto del baobab è una sorta di zucchetta oblunga che viene succhiata dai bambini come una caramella, ha un sapore zuccheroso acidulo, ma con quel frutto si produce anche una bevanda color latte con un forte potere dissetante, dal frutto e dai suoi semi si ottiene una farina per condire il cous cous, le foglie invece vengono consumate come verdura e vi si ricava anche un condimento usato in molti piatti senegalesi.
Viaggiando verso l’entroterra ci si rende conto che senza il baobab questi paesaggi perderebbero qualcosa. Questo albero con un tronco abnorme e grossi rami rivolti verso il cielo sembra un gigante piantato a terra che grida al cielo.
Nei villaggi la gente non si siede intorno ad esso per godersi l’ombra, viene quasi ignorato rispetto ad altri alberi con più foglie. Il baobab e i senegalesi però sanno bene di essere complementari. Innanzitutto, in questo arido Sahel, il baobab ha una capacità miracolosa, il suo particolare legno spugnoso trattiene l’acqua, una quantità incredibile. Pare che un albero di media grandezza possa contenerne anche centomila litri.
E poi ancora il baobab è una sorta di custode della vita, ha infatti una longevità sorprendente e può arrivare anche a duemila anni. Ciò significa che questi alberi vedono passare diverse generazioni, vedono la storia, vedono gli antenati. È lui stesso un antenato…
Al tramonto non è difficile viaggiare per il Sahel africano e osservare un maestoso baobab sul cui sfondo in lontananza sfreccia un aereo di linea. Molti senegalesi levano gli occhi al cielo, vorrebbero essere su quell’aereo che porta in Europa, ma allo stesso tempo il baobab sembra ricordare loro che questa è la terra dei loro antenati.
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A come Atlante – Geopolitica e materie prime - 15-01-2026
Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.
Presto Presto - Interviste e Analisi di giovedì 15/01/2026
Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio, un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.
Rassegna stampa internazionale di giovedì 15/01/2026
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Esteri – La rassegna stampa internazionale - 15-01-2026