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Un padre in cerca di giustizia

In Francia nel 1982 una giovane ragazza in vacanza in Germania con la madre, il fratellino e il compagno della madre, muore misteriosamente nel sonno. Le indagini non portano a nulla di certo e il padre della quattordicenne, decide di seguire una strada parallela per cercare la verità e fare giustizia, concentrado tutti i sospetti nei confronti del patrigno, il dr. Krombach.

Questa storia, riportata in un libro sotto forma di testimonianza, è la trama di In nome di mia figlia, diretto dal regista francese Vincent Garenq e Daniel Auteuil nei panni di André Bamberski, il padre della giovane Kalinka. A completare il cast Sebastian Kock è il Dottor Dieter Krombach e Marie-Josée Croze, la madre.

Una storia semplice e lineare per un film, ma che è costata ad André Bamberski 27 anni di ossessione maniacale, legato al dolore per la perdita della figlia e all’impossibilità di trovare la verità. Il film comincia con l’irruzione della polizia a casa dell’uomo per tornare indietro di qualche anno, nei ’70, quando Bamberski dirigeva un team aziendale a Casablanca, con un matrimonio felice e i figli piccoli. Un’armonia pronta a rompersi pochi anni dopo, con l’insistenza del dr. Krombach, la separazione dalla moglie e dai figli.

Per arrivare al baratro, con la morte improvvisa di Kalinka. Il film è condotto com un noir, con gli stessi ritmi e atmosfere. Del resto il regista cercava il genere polar e lo ha trovato in questa storia. Con Présumé Coupable, nel 2011, Garenq raccontava la vicenda terribile del pedofilo Alain Marécaux, impllicato nell‘Affaire d’Outreau che aveva portato in carcere in Francia un gruppo di persone accusate di abusi sui minori. Un tema che evidentemente ritorna anche in questo suo ultimo film.

E anche nel precedente L’Enquete, Garenq portava in scena la ricerca di giustizia da parte di un giornalista di Libération con un avvocato intorno allo scandalo bancario, manovrato da Clearstream.

Il sistema giudiziario che ritorna sotto il mirino di Garenq, mostrando che da solo non basta, non sempre, e che spesso molte ricerche vengono portate avanti dall’impegno ostinato della società civile.

Ascolta l’intervista a Vincent Garenq

Vincent Garenq

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    Barbara Sorrentini
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    A volo d'angelo nella guerra dei Balcani al Teatro della Cooperativa

    Michelangelo Canzi e Federica Cottini sono giovani e non hanno conosciuto la guerra sanguinosa che si è consumata nei Balcani, ma hanno condotto approfondite ricerche e fatto sopralluoghi per saperne di più. Ne è nato un testo, firmato da Federica Cottini che ne ha curato anche la regia e interpretato da Michelangelo Canzi, che si cala nei panni di una guida turistica che accompagna gli italiani nei luoghi della guerra in Bosnia. Un personaggio complesso, che restituisce i ricordi della sua gioventù trascorsa fra i combattimenti e i massacri con un lessico di grande attualità. Lo spettacolo è in scena al Teatro della Cooperativa di Milano e i due giovani artisti sono stati ospiti a Radio Popolare, di Il Suggeritore Night Live e di Cult, dialogando con Ira Rubini.

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