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“The Brutalist”: l’Oscar alla colonna sonora e il legame con il Cafe Oto di Londra

The Brutalist, Daniel Blumberg

The Brutalist, il film di Brady Corbet su un architetto ebreo ungherese sopravvissuto allo sterminio e immigrato negli Stati Uniti, agli Academy Awards – gli Oscar per il cinema, per i quali aveva una decina di nomination – ha nei giorni scorsi ottenuto il premio per il miglior attore, Adrien Brody, per la migliore fotografia, e per la migliore colonna sonora. Nel 2024 la musica del film, presentato all’ultimo festival del cinema di Venezia, aveva già ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui il premio dei British Academy Film Awards.

Alla fine del discorso di rito dopo avere ricevuto l’Oscar, Daniel Blumberg, che ha firmato la colonna sonora, si è sentito di ringraziare il Cafe Oto di Londra: benché evidentemente la stragrande maggioranza del pubblico in sala e televisivo della cerimonia degli Oscar non avesse la minima idea di cosa sia il Cafe Oto.

Il Cafe Oto è stato aperto nel 2008 nell’area di Dalston a East London: è un locale a cui si accede direttamente dalla strada, spartano, praticamente uno stanzone con un banco per il bar e un po’ di Lp, Cd, libri e riviste in vendita, dove il pubblico segue i concerti per lo più – stoicamente – in piedi, perché lo spazio per un po’ di sedie è esiguo. Ma Cafe Oto – che dalle dieci del mattino alle cinque del pomeriggio dal lunedì al venerdì funziona anche come bar e negozio – si è affermato come il più importante riferimento nella capitale inglese per varie forme di musica sperimentale e di ricerca, ma soprattutto per l’improvvisazione e il jazz d’avanguardia.

Il Cafe Oto ha anche una etichetta discografica, la Oto Roku: nel 2017 la Oto Roku ha pubblicato GUO2, la seconda collaborazione in duo di Blumberg, come chitarrista e vocalist, con il sassofonista Seymour Wright, e l’album riportava un testo di Brady Corbet, il regista di The Brutalist. Ma i rapporti di Blumberg con il Cafe Oto sono cominciati già alcuni anni prima. Nato a Londra nel ‘90 in una famiglia ebraica, Blumberg ha cominciato il suo percorso musicale a quindici anni cantando in una band che aveva contribuito a formare, e dal 2009 è stato vocalist e chitarrista del gruppo indie rock Yuck, che ha lasciato nel 2013 per dedicarsi ad altri progetti. E’ stato in quel periodo che Blumberg ha cominciato a gravitare sul Cafe Oto, collaborando appunto con Seymour Wright e altri esponenti dell’improvvisazione radicale.

Verso la metà degli anni sessanta Londra è stata uno dei poli decisivi di sperimentazioni che in Europa hanno portato la lezione di libertà del free jazz afroamericano a conseguenze ancora più estreme, dando vita a quella che è stata poi chiamata improvvisazione radicale europea, che si è poi diffusa anche altrove, per esempio in Giappone, e che ha avuto ripercussioni anche sul jazz d’avanguardia d’oltre Atlantico: oggi la pratica dell’improvvisazione radicale continua ad essere viva, in Gran Bretagna così come in tante altre parti del mondo.

La colonna sonora di The Brutalist presenta dei delicati aspetti melodici, reminiscenze classiche, riferimenti al minimalismo, e qualche passaggio di jazz moderno vivace che in qualche momento si lascia andare ad un espressionismo un po’ fuori dalle buone maniere del jazz mainstream. Insomma non si tratta certo di una colonna sonora all’insegna dell’improvvisazione radicale: ma è curioso che Blumberg l’abbia realizzata con uno stuolo di fior di musicisti che fanno parte di vecchie o più recenti generazioni dell’avanguardia, britannica e non solo, a cominciare da figure storiche come il pianista John Tilbury, o il sassofonista Evan Parker, che dell’improvvisazione radicale è stato un caposcuola ed è un emblema. Gente che mai probabilmente si era sognata di trovarsi in una colonn a sonora premiata con un Oscar.

  • Autore articolo
    Marcello Lorrai
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    A Roma, nel centrale quartiere Esquilino, c’è un palazzo di 10 piani e 21mila metri quadrati occupato dal 2013, che la Prefettura ha inserito tra 27 immobili del prossimo piano sgomberi (c’è anche CasaPound). Per questo palazzo, che si chiama Spin Time, centinaia di persone stanno firmando una petizione per dire che non si deve e non si può sgomberare una realtà che in più di un decennio ha prodotto scuole, orchestre, laboratori e riviste, una cucina popolare, degli sportelli di assistenza legale, tantissime attività (c’è anche Mediterranea) ed è soprattutto stato un modello di convivenza tra famiglie sfrattate di varie provenienze che dura e produce socialità. Il racconto di questa realtà unica, che nell’ottobre scorso è stata scelta dal Vaticano per ospitare il Giubileo degli oppressi, con associazioni e chiese arrivate dai quattro angoli del pianeta, è affidata a Chiara Compagno, che partecipa a Scomodo, una delle attività culturali interne al palazzo e che ci dice: “Roma è tutta qui, negli anni abbiamo riunito tantissime persone e diversità, siamo un centro che unisce e crea”. L'intervista di Claudio Jampaglia e Cinzia Poli.

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