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“Star Trek: Discovery”. Nuove avventure per l’Enterprise

Cinquantun anni fa, nel settembre del 1966, negli Stati Uniti andava in onda la prima puntata di Star Trek: le cronache dei viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, guidata dal capitano Kirk e dal signor Spock. Nasceva così, è il caso di dirlo, un intero universo: creato da Gene Roddenberry, avrebbe guadagnato moltitudini di fan e generato, tra le altre cose, 13 film e altre cinque serie tv, di cui una animata.

Oggi, oltre dieci anni dopo l’ultima avventura su piccolo schermo, è tempo di una nuova serie live action, la sesta del franchise: in onda negli Stati Uniti sulla rete CBS, in Italia verrà distribuita sulla piattaforma Netflix, un episodio a settimana, ogni lunedì. S’intitola Star Trek: Discovery ed è ambientata dieci anni prima rispetto alla serie classica, quando s’inaspriscono le relazioni tra la Federazione dei pianeti uniti e i Klingon: la protagonista è Michael Burnham, interpretata da Sonequa Martin-Green (già vista in The Walking Dead), primo ufficiale a bordo della nave stellare Shenzou, umana ma cresciuta tra i vulcaniani.

Dietro le quinte di questo progetto – pensato inizialmente per festeggiare il cinquantennale, ma rinviato per lungaggini realizzative – ci sono l’autore di Hannibal e American Gods Bryan Fuller e Alex Kurtzman, che ha prodotto anche i più recenti film di Star Trek insieme a JJ Abrams. Ma se questi ultimi avevano diviso gli appassionati di vecchia data, Star Trek: Discovery è stata accolta, dopo la visione del doppio episodio pilota, con entusiastico ottimismo: pare rispettosissima del complesso mondo inventato da Roddenberry e soprattutto del suo spirito, attenta a districare questioni di filosofia politica ma senza dimenticare l’intrattenimento, e finalmente supportata da effetti speciali in grado di limitarne l’affettuoso aspetto kitsch. Arriverà là dove nessuno è mai stato prima?

  • Autore articolo
    Alice Cucchetti
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    A più di un secolo dalla mostra monografica dedicata all'artista piemontese nel 1920 alla Galleria Pesaro, l'esposizione alla GAM di Milano ripercorre la vicenda artistica e biografica di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907). La Galleria d'Arte Moderna conserva opere significative dell'artista e il suo grande capolavoro: Il Quarto Stato, che per l'occasione viene arricchito nell'allestimento dai disegni preparatori e dall'accostamento all'opera di Joseph Beuys "La Rivoluzione siamo noi", ispirata, appunto, al dipinto di Pellizza. La mostra è curata da Aurora Scotti, storica dell'arte, e Paola Zatti, conservatrice alla GAM. Quaranta opere tra dipinti e disegni con importanti prestiti dai Musei Pellizza da Volpedo. L'esposizione documenta l'intero percorso dell'artista, dalla formazione vicina al realismo all'interpretazione dell'esperienza divisionista, una riflessione condivisa con altri grandi interpreti, da Previati a Grubicy, da Segantini a Morbelli. Abbiamo incontrato Paola Zatti, una delle curatrici della mostra, che si potrà visitare fino al 25 gennaio. Testo e intervista di Tiziana Ricci.

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