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Sicurezza. Pietro Grasso: “Rischio deriva autoritaria. Diritti dei cittadini in pericolo”

13 febbraio 2026|Raffaele Liguori
Pietro Grasso

Pietro Grasso, ex procuratore nazionale antimafia e ex procuratore capo a Palermo, è stato anche presidente del Senato nella legislatura 2013-18. Nella sua biografia ha dunque intrecciato sia l’esperienza del magistrato che quella del politico. In questi giorni sta presentando un suo libro uscito in occasione dei 40 anni (18 febbraio 1986) dall’inizio del maxiprocesso alla mafia nell’aula bunker del carcere di Palermo. Il libro si intitola “U Maxi. Dentro il processo a Cosa nostra“, pubblicato da Feltrinelli. Pietro Grasso è stato giudice a latere durante il processo. La conversazione con l’ex presidente del Senato inizia con un riferimento all’attualità, al cosiddetto “pacchetto sicurezza”, in particolare il decreto del governo con la stretta sul diritto di manifestare.

Presidente Grasso, siamo al terzo pacchetto sicurezza. Teme una deriva autoritaria da parte del governo Meloni?

Certamente, più si cerca di frenare le violenze con questi provvedimenti, non c’è dubbio che il timore di una deriva autoritaria esista. Anche perché i problemi della sicurezza, purtroppo, non si risolvono a colpi di decreto, come si è visto. Se c’è un terzo decreto sicurezza vuol dire che i primi due non hanno portato a grossi effetti. Il pericolo è che i diritti dei cittadini, che magari non hanno responsabilità, possano essere conculcati.

Presidente, il suo curriculum istituzionale incrocia importantissimi incarichi sia in magistratura (procuratore nazionale antimafia) che in politica (presidente del Senato). La politica e la magistratura sono state rappresentate come soggetti in conflitto perenne. Ma la storia di questi ultimi decenni racconta altro: e cioè che la magistratura quasi sempre ha dovuto difendersi dagli attacchi della politica, o meglio di certi pezzi della politica. Secondo lei, e qui veniamo al referendum del prossimo 22 e 23 marzo, la legge costituzionale approvata dalla destra è il tentativo di Meloni di regolare i conti con la magistratura, attaccandone l’indipendenza?

Penso, secondo una metafora molto bella, che la politica sia come un fiume che scorre e la magistratura, come potere giudiziario, costituisce gli argini. Quando gli argini si indeboliscono è chiaro che l’acqua del fiume può tracimare, può invadere e abusare di quello che è il suo corso, andare in siti dove non dovrebbe andare.
Ecco, penso che la funzione della magistratura sia, fra le altre cose, quella di equilibrare i poteri dello stato in maniera tale che non tracimino. Questa è la funzione del controllo.
Indebolire la magistratura non può che essere contro gli interessi dei cittadini. Anche perché non è un privilegio di casta, odioso, come tutti i privilegi, ma è qualcosa che viene dato alla magistratura proprio in funzione della realizzazione di questo ideale di giustizia.
Inoltre, si deve considerare che il pubblico ministero debba rimanere nell’ambito della cultura della giurisdizione, imparziale come è adesso: un pubblico ministero che è organo di giustizia, non solo di accusa.
Quindi indebolire la magistratura, soprattutto l’organo di autogoverno, certamente non è qualcosa che possa essere utile per i cittadini.

Veniamo al suo libro sul maxiprocesso a Cosa nostra. 40 anni fa la prima udienza, il 10 febbraio del 1986. Lei racconta che non è soltanto un evento giudiziario, ma anche un romanzo nazionale. Perché romanzo nazionale?

Perché dentro quel processo ci sono tante storie che vale la pena raccontare e leggere, perché c’è tanta umanità. Recentemente, ho potuto rivedere le registrazioni delle udienze e mi sono reso conto, ho riscoperto, quanto di quella vicenda sia stato travolto dal tempo, distorto dalla memoria o semplicemente dimenticato.
Il maxiprocesso è una sorta di impresa collettiva, dove lo stato-comunità si è interessato per arrivare a quell’obiettivo. La magistratura, le forze di polizia, ma anche i comuni cittadini che hanno dato il loro contributo come giudici popolari, testimoni, parti civili. E anche il Parlamento che ha fatto una legge per evitare che gli imputati fossero scarcerati per scadenza dei termini. Tutto questo dà l’idea che quando lo stato nella sua completezza, come comunità, vuole raggiungere un obiettivo ci riesce.
Ecco, questo è il grande messaggio che penso debba essere percepito.
Ci sono tante storie, storie drammatiche di chi ingoia dei chiodi per cercare di bloccare il processo o passare per pazzo; di chi si cuce la bocca con del ferro per protestare, di chi poi fa un interrogatorio che è al limite del cabaret, perché racconta delle storie in maniera veramente particolare. C’era il presidente che a un certo punto ha chiesto: «ma lei com’è che si trovava in aereo con Buscetta?». E quello che gli rispondeva: «ma presidente, mi dovevo buttare dall’aereo col paracadute?!».
Quindi c’era un caleidoscopio di storie di umanità. Anche il dolore rappresentato dal lutto di tante donne che avevano perso i loro cari, i figli, i mariti. C’era la dignità del lutto. Donne che, per esempio, non volevano accettare nemmeno l’idea della scomparsa del proprio figlio. Dicevano:
«ma è uscito di casa, non si è più ritirato, voi non mi avete dato più notizie». Quindi si rivolgevano allo Stato come un’istanza di giustizia.
Ci sono tante storie così, come anche il vero volto della mafia con il racconto degli orrori della “camera della morte” dove le persone venivano torturate, strangolate, i loro cadaveri sciolti nell’acido e poi buttati a mare o nelle condutture.
Tutte queste storie insieme al traffico internazionale di stupefacenti che faceva arrivare la droga dal triangolo d’oro, dalla Turchia nelle raffinerie palermitane per poi andare negli Stati Uniti. E i soldi che rientravano dalla Svizzera verso la Sicilia, insomma ci sono tante storie che vale la pena di conoscere.

Presidente Grasso, il maxiprocesso è stato la storia di una vittoria dello Stato contro Cosa nostra. Mi riferisco all’epilogo di questo processo, cioè alla Cassazione che conferma le condanne ai mafiosi il 30 gennaio 1992. Questo successo è stato pagato con le vite soppresse, principalmente da Cosa nostra, con le stragi di Capaci, via D’Amelio, le stragi del 1993-94 di Firenze, Milano e Roma. Le chiedo: l’Italia è una Repubblica che è rimasta ferita doppiamente dalle stragi, non solo dalle morti, ma anche dai depistaggi, dall’infedeltà di persone che mentre lavoravano nelle stanze delle forze di polizia, dei servizi segreti, allo stesso tempo tradivano la Costituzione e i suoi principi?

Sì, purtroppo ci sono state parti dello Stato che hanno contribuito a quello stato di cose. Comunque il risultato è stato raggiunto perché tutte quelle persone che hanno fatto le stragi di mafia sono state tutte regolarmente processate e scontano il carcere a vita e alcune sono già morte in carcere (come i capi storici, Rina, Provenzano, Matteo Messina Denaro). Oggi però non possiamo dire che il fenomeno sia completamente sconfitto, anzi ha adottato una strategia ancora più difficile da scoprire perché è diventato silenzioso, si è immerso nella società, nella finanza, nell’economia e condiziona tutta la parte legale della nostra società. Quindi, questo dà la sensazione delle difficoltà che bisogna affrontare.
Soprattutto i cittadini, coloro che danno un supporto esterno a queste organizzazioni mafiose, dovrebbero cercare di non dare più il consenso e quindi la scelta della legalità deve essere una scelta quotidiana di ciascuno di noi.

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