Approfondimenti

Il dibattito sul vaccino agli adolescenti, le manifestazioni delle donne afghane e le altre notizie della giornata

Il racconto della giornata di sabato 4 settembre 2021 con le notizie principali del giornale radio delle 19.30. Il dibattito sul vaccino ai bambini comincia a tenere banco nei principali Paesi europei, ma la priorità resta coprire gli adulti di tutte le fasce di età. In Afghanistan le donne scendono in strada per protestare contro la cancellazione dei diritti, mentre nel Panshir i ribelli proclamano lotta a oltranza contro i taleban. Riapre l’aeroporto di Kabul e si appresta a riaccogliere voli civili. Definito il novero dei candidati alla carica di sindaco di Milano, saranno tredici. Infine, l’andamento della pandemia di COVID-19 in Italia.

Il vaccino ai bambini? Prima occorre vaccinare tutti gli adulti

È un argomento che divide, una questione su cui ci sono diversi pareri: la vaccinazione degli adolescenti o addirittura dei bambini une 12, età al di sotto della quale, a oggi, i vaccini non sono stati autorizzati. In alcuni Paesi si sta andando in quella direzione, per esempio in Francia e in Gran Bretagna.

Le opinioni sono diverse: le associazioni dei pediatri ad esempio lo ritengono importante. Infettivologi come Massimo Galli la pensano allo stesso modo.

Noi ne abbiamo parlato con Carlo La Vecchia, ordinario di epidemiologia all’Università statale di Milano:

Le donne per le strade delle città e i ribelli nel Panshir: la doppia resistenza afghana

(di Martina Stefnoni)

Da un lato ci sono le donne. Sono poche decine, ma il loro coraggio le rende grandi. Scendono in strada, con cartelli e megafoni e si rifiutano di rimanere in silenzio. La protesta è iniziata ad Herat, e si è già diffusa nella capitale Kabul. Chiedono diritti, libertà e partecipazione. Oggi, ancora, si sono radunate a Nimroz, nel sud ovest dell’afghanistan, e a Kabul. Qui sono state fermate e picchiate dai talebani, che hanno anche spruzzato gas lacrimogeni per impedire loro di avvicinarsi al palazzo presidenziale. 

Ma le donne afghane si sentono più forti: “Non siamo più quelle degli anni 90” gridano. E ancora: “Non abbiamo paura, siamo unite” . E sui loro cartelli si legge: “una società dove le donne non sono attive, è una società morta” e  “eliminare le donne vuol dire eliminare gli esseri umani”.

Dall’altro lato ci sono i ribelli del Panjshir. La loro resistenza ha una lunga tradizione. Oggi la guida Ahmad Massoud, figlio del leone del panjshir, e da quando i talebani hanno preso il potere, va avanti la guerriglia tra i ribelli e i talebani. I residenti dicono che si sta consumando una guerra e si registrano già centinaia di morti, sia tra i civili che tra i talebani. Massoud oggi ha scritto su Facebook:  “Non rinunceremo mai alla lotta per la libertà e per la giustizia, il popolo non ha rinunciato a rivendicare i suoi diritti e non teme alcuna minaccia”.

Riapre l’aeroporto di Kabul, ma è ancora lontana la formazione del nuovo governo

D qualche ora ha riaperto l’aeroporto di Kabul. Ora servirà a ricevere aiuti umanitari e secondo l’ambasciatore del Qatar nei prossimi giorni potrebbero riprendere i voli per i civili afgani. Secondo Al Jazeera a far ripartire l’aeroporto è stato un “team tecnico in collaborazione con le autorità in Afganistan”.

Resta invece ancora un’incognita la composizione del nuovo governo talebano, che doveva essere annunciata oggi, ma che ha subito un nuovo rinvio. Il leader taleban Mullah Baradar ha rinnovato la promessa di un governo “inclusivo”, che garantirà sicurezza e stabilità a tutti i cittadini. Sulla difficile formazione di questo nuovo potere talebano sentiamo Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera ed esperto di Afghanistan

 

Milano, 13 candidati sindaco: Bernardo il più a destra

(di Claudio Jampaglia)

Non c’è nulla più a destra di Bernardo, è questo il dato politico della presentazione delle liste, ma balza agli occhi la quantità: sarà una scheda elettorale lenzuolo con 13 candidati e 28 liste. Solo il sindaco uscente Beppe Sala ne avrà 8 a sostegno, dalla sinistra di Milano Unita, ai giovani post-liberisti di Volt, passando per Pd, verdi, riformisti, radicali e ovviamente una civica intestata al sindaco che fa dura concorrenza ai suoi stessi alleati.

A sinistra di Sala si affollano il maggior numero di liste: cinque. Per prima quella che con l’architetto e ingegnere Gabriele Mariani – un passato nel Pd e ora accusatore del cemento verde della giunta – raccoglie l’eredità di Basilio Rizzo, Milano in Comune e Rifondazione, con l’aggiunta della Civica AmbientaLista formata dai comitati che lottano contro i nuovi sviluppi urbani, primo tra tutti il nuovo stadio di San Siro. Poi c’è Potere al Popolo con la prima candidata sindaca, Bianca Pedone giovane lavoratrice dell’università Statale, e addirittura tre varianti del fu partito comunista, italiano, dei lavoratori e di Marco Rizzo, con candidati: Muggiani, Azzaretto e Pascale (in ordine).

Ovviamente ciascuno rivendica la primogenitura del comunista e pure del partito. I 5Stelle rimangono fedeli al “né di destra né di sinistra” con Layla Pavone, la manager voluta da Conte esperta di start up e nuove tecnologie. Così come è un esperto di digital l’imprenditore Bryant Biavaschi che si presenta per la civica Milano Inizia Qui e lo è anche l’avvocato Mauro Festa che è il candidato sindaco del Partito gay.

In mezzo a tutto questo nuovo non manca un esponente della vecchia guardia come l’ex-assessore di Albertini, Giorgio Goggi candidato dei socialisti, quelli di destra per intenderci… All’ultimo momento è spuntato anche un candidato sindaco No Vax, Teodosio De Bonis, 68 anni, che contenderà parte dell’elettorato anche no green pass a Gianluigi Paragone che dopo un passato più che leghista e una parentesi 5stelle, con il suo movimento Italexit, propone anche il no all’euro. E’ il candidato più a destra con Luca Bernardo, non ci sono infatti liste post-fasciste, bastano Fratelli d’Italia evidentemente e  la Lega per garantire il voto nero di Milano.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

 

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    Il pubblico ministero alle dipendenze della politica? C'è già! Per trovarne qualche traccia, inutile cercare nella legge Meloni-Nordio, che smembra il Csm e stravolge l’autonomia delle toghe con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. E’ la legge su cui voteremo nel referendum di fine marzo. Il pm che dipende da criteri generali e criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale è già scritto, nero su bianco, nella cosiddetta riforma Cartabia del processo penale. Le norme della Cartabia (legge n.134/2021) prevedono che sia il parlamento a dettare criteri generali per le indagini. Se è il parlamento a doversene occupare è probabile che a decidere sia allora la maggioranza di governo. Dunque, la maggioranza parlamentare detta i criteri generali e poi – secondo la legge Cartabia – gli uffici del pm individuano i criteri di priorità (questo sì, questo no) tra i vari reati. Infine, il pm si adegua. Una forma di dipendenza c’è, anche se forse più blanda di quella paventata dai sostenitori del NO (un pm alle dipendenze del Guardasigilli). Ora, la norma è contenuta in una legge delega approvata dal parlamento cinque anni fa e che il ministro Nordio dovrebbe attuare con decreti legislativi. Ma questo non sta avvenendo. Perchè Nordio tiene chiusa in un cassetto la legge Cartabia? Pubblica lo ha chiesto all’ex magistrato Nello Rossi, direttore della rivista giuridica “Questione giustizia” (Magistratura democratica), autore con Armando Spataro (ex pm ed ex membro del Csm) di «Le ragioni del NO» (Laterza 2025). «Questa legge – racconta Nello Rossi - è stata relegata nel dimenticatoio perchè era un utile meccanismo di coordinamento tra il parlamento e le procure della repubblica. La maggioranza di destra l'ha sistematicamente ignorata, lasciata nel cassetto. A loro non interessa questo meccanismo di coordinamento. Il che poi giustifica scelte come quelle di un meccanismo di controllo del pubblico ministero da parte dell'esecutivo».

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    Strage di Lampedusa: identificata la vittima 186

    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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