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L’attacco dell’Azerbaijan contro l’enclave armena, le Regioni contro i nuovi Cpr e le altre notizie della giornata

Piantedosi

Il racconto della giornata di martedì 19 settembre 2023 con le notizie principali del giornale radio delle 19.30. Nel Nagorno Karabach si continua a sparare da quando, nella tarda mattinata di oggi, l’Azerbaijian ha lanciato un attacco sull’enclave che si trova all’interno dei confini azeri ma che è abitata dalla comunità armena. Il giorno dopo la stretta del governo sui migranti, dalle Regioni iniziano ad arrivare le prime contestazioni mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ammette che la situazione sulla manovra è ancora incerta. La guerra in Ucraina al centro anche dell’Assemblea Generale dell’Onu in corso al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York. A livello internazionale c’è tensione anche tra Canada e India: dopo le dichiarazioni del primo ministro canadese i due Paesi hanno espulso due rispettivi diplomatici.

Nagorno Karabakh, l’Azerbaijan lancia un’operazione militare contro l’enclave armena

Nel Nagorno Karabach si continua a sparare da quando, nella tarda mattinata di oggi, l’Azerbaijian ha lanciato un attacco sull’enclave che si trova all’interno dei confini azeri ma che è abitata dalla comunità armena. Ci sono vittime e feriti tra i civili e i separatisti armeni hanno già avanzato la richiesta di un cessate il fuoco.

(di Sara Milanese)

Il governo di Baku l’ha definita un’operazione antiterrorismo e ha assicurato che nel mirino dei militari azeri ci sono solo le postazioni dei separatisti armati. Le testimonianze sul posto e i video che arrivano dalla capitale Stepanakart mostrano però edifici civili bombardati, e parlano di 25 vittime, tra cui due civili, e 80 feriti.
L’offensiva ha di fatto cancellato l’accordo di cessate il fuoco firmato nel 2020 dopo la Guerra dei 44 giorni. Impossibile per gli oltre 120.000 abitanti del Karabakh la fuga in Armenia, perché dallo scorso dicembre l’Azerbaijan ha bloccato il Corridoio di Lachin, l’unica via di salvezza, una decisione che ha creato gravi disagi alla popolazione, che è rimasta isolata dal mondo.
Mosca si è detta preoccupata per l’escalation, ha aggiunto di essere stata avvisato dall’attacco solo pochi minuti prima del lancio dell’operazione militare, nel pomeriggio il cremlino ha fatto sapere che i suoi peacekeeper starebbero organizzando l’evacuazione dei civili, non è chiaro verso dove. In ogni caso la Russia non è intervenuta per fermare l’attacco, consapevole della sua debolezza il Nagorno-Karabakh ha già chiesto il cessate il fuoco e l’apertura di un negoziato; “Ci fermiamo solo se i separatisti depongono le armi”, ha risposto il governo di Baku, che ha proposto di tenere colloqui in una città azera.
In Armenia, intanto, la popolazione sta scendendo in piazza per protestare contro l’attacco.
A livello internazionale molte cancellerie, da Bruxelles a Washington, da Parigi a Berlino, hanno chiesto l’immediato cessate il fuoco, in serata lo ha fatto anche l’Italia. L’unico a giustificare l’attacco di Baku è stato finora il presidente turco Erdogan.

Il fronte delle Regioni si muove contro l’apertura dei nuovi centri per il rimpatrio

Nel Mediterraneo l’ong Sea Watch ha salvato 40 persone da una barca di legno, respinta dalla guardia costiera libica. Lo fa sapere l’organizzazione umanitaria, la cui nave Aurora è ora diretta verso Pozzallo, il porto assegnatole dalle autorità italiane. I migranti soccorsi hanno raccontato che quattro loro compagni la scorsa notte sono caduti in mare e sono ora dispersi.
Il giorno dopo la stretta del governo sui migranti, il ministro dell’Interno Piantedosi ha rivendicato la decisione di aprire nuovi Cpr, i centri per il rimpatrio. “Ce lo chiede l’Europa”, ha detto il capo del Viminale, rilanciando poi la realizzazione del blocco navale con una nuova missione europea e in accordo con la Tunisia.
Intanto però sui Cpr si apre il fronte delle Regioni. Sia a destra, sia a sinistra sono arrivate oggi le prime contestazioni. “In questo momento non c’è n’è l’esigenza”, ha detto Filippo Saltamartini, vice presidente della Regione Marche, guidata dalla destra. “I Cpr non garantiscono i diritti dei migranti”, dice invece ai nostri microfoni il presidente toscano Eugenio Giani. L’intervista è di Mattia Guastafierro:


 

Il governo è ancora in alto mare sulla manovra

(di Anna Bredice)

Il senso della situazione ancora incerta la riassume lo stesso ministro dell’Economia dicendo che sulla manovra “il governo è ancora in alto mare”. Sincero e realista di fronte ai conti pubblici che al momento rendono impossibile riuscire a realizzare nemmeno alcune delle promesse fatte in campagna elettorale, a cominciare dalla riduzione delle tasse, il principale cavallo di battaglia di Meloni e Salvini. “La colpa è del rialzo dei tassi di interesse che rende più oneroso il debito pubblico. Se i tassi fossero rimasti quelli dell’anno scorso”, ha detto oggi Giorgetti, “avrei avuto 14 o 15 miliardi in più da mettere sulla riduzione fiscale”. Parole che Meloni non avrà nessuna voglia di sentire, perché la riportano con i piedi per terra, anche se questa espressione era stata proprio lei ad utilizzarla chiedendo ai ministri di rimettere in un cassetto tante delle loro richieste e promesse. Cuneo fiscale e natalità sono i due obiettivi che la Presidente del Consiglio si è riproposta quest’anno, ma tra il rialzo dei tassi e quello che il governo indica come massimo colpevole, e cioè il superbonus, sarà ben poco quello che resterà per una manovra che deve iniziare a vedere la luce già a fine mese con le stime della Nadef, la Nota di aggiornamento di bilancio. Sul Patto di stabilità il ministro Giorgetti si augura che si possa arrivare ad un accordo, ma chiede che dal Patto vengano esclusi gli investimenti per il PNRR e gli aiuti all’Ucraina. Un bagno di realtà per Meloni e Salvini, già con la testa nella campagna elettorale, ma la manovra economica che il ministro dell’economia sta preparando sarà la meno elettorale di tutte.

La guerra in Ucraina al centro dell’Assemblea Generale dell’Onu

La guerra in Ucraina al centro anche dell’Assemblea Generale dell’Onu in corso al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York.
È il grande tema sul quale i discorsi dei leader dei 140 paesi presenti a New York, al palazzo di vetro si concentrano, insieme al clima e gli effetti devastanti del cambiamento climatico. Più tardi, parlerà anche il presidente ucraino Zelensky che interverrà per la prima volta dal vivo all’Assemblea Generale dell’Onu. Il suo obiettivo è ovviamente raccogliere più sostegno possibile, non solo esortando i paesi già alleati a mantenere il loro sostegno nonostante le preoccupazioni per i lenti progressi della controffensiva, ma anche chiedendo nuovo sostegno ai leader del sud globale, di Africa, Asia e America Latina, molti dei quali hanno rifiutato di condannare l’invasione della Russia. Come sappiamo l’assemblea generale dell’Onu è un test chiave per misurare l’opinione internazionale sull’invasione dell’ucraina.
Oggi il primo a prendere la parola, dopo il discorso di apertura del segretario generale Antonio Guterres, è stato proprio il presidente brasiliano Lula, che ha parlato della necessità di riformare le istituzioni multilaterali per trovare una pace per tutti i conflitti, a partire da quello in Ucraina.

Lula ha ribadito la sua disponibilità a fare da mediatore tra Mosca e Kiev, domani vedrà a questo proposito per la prima volta il presidente Zelensky, e ha espresso la sua ferma opposizione ad un ritorno al bipolarismo da guerra fredda. Anche il presidente turco Erdogan ha cercato di presentare il suo paese come un giocatore di primo piano sullo scacchiere internazionale.

Erdogan ha annunciato il suo impegno a “rafforzare” i suoi sforzi diplomatici per porre fine alla guerra in Ucraina e ha chiesto un maggiore multilateralismo sulla scena mondiale: “”Il mondo è più grande di cinque£ ha detto, riferendosi ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il presidente statunitense Joe Biden, l’unico presidente dei 5 ad essere presente, ha ribadito il suo appoggio incondizionato a Kiev.

Nessuna nazione vuole che la guerra finisca più dell’Ucraina, ha detto, ribadendo il suo sforzo per portare “una risoluzione diplomatica per una pace giusta e duratura”. Biden ha anche chiesto il sostegno di tutti i paesi presenti nel condannare l’invasione russa: “La Russia crede che il mondo si stancherà e permetterà di brutalizzare l’Ucraina senza conseguenze. Ma vi chiedo questo: se abbandoniamo i principi fondamentali della Carta Onu per placare un aggressore, qualche Stato membro può sentirsi sicuro di essere protetto? La risposta è no” ha detto il presidente Usa.

Le tensioni tra Canada e India portano all’espulsione di due diplomatici

A livello internazionale c’è tensione anche tra Canada e India. Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha annunciato la presenza di connessioni credibili tra il governo indiano e l’assassinio di un leader della comunità sikh in Canada, accusato di terrorismo dall’India per le sue posizioni indipendentiste. Le dichiarazioni sono state respinte e ritenute assurde dal governo di Narendra Modi, che era stato interpellato al G20 da Trudeau, con cui non aveva avuto bilaterali. Dopo le dichiarazioni del primo ministro canadese i due Paesi hanno espulso due rispettivi diplomatici. Sulla questione abbiamo interpellato Nicola Missaglia, responsabile comunicazione dell’Ispi e esperto di India:


 

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    Il pubblico ministero alle dipendenze della politica? C'è già! Per trovarne qualche traccia, inutile cercare nella legge Meloni-Nordio, che smembra il Csm e stravolge l’autonomia delle toghe con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. E’ la legge su cui voteremo nel referendum di fine marzo. Il pm che dipende da criteri generali e criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale è già scritto, nero su bianco, nella cosiddetta riforma Cartabia del processo penale. Le norme della Cartabia (legge n.134/2021) prevedono che sia il parlamento a dettare criteri generali per le indagini. Se è il parlamento a doversene occupare è probabile che a decidere sia allora la maggioranza di governo. Dunque, la maggioranza parlamentare detta i criteri generali e poi – secondo la legge Cartabia – gli uffici del pm individuano i criteri di priorità (questo sì, questo no) tra i vari reati. Infine, il pm si adegua. Una forma di dipendenza c’è, anche se forse più blanda di quella paventata dai sostenitori del NO (un pm alle dipendenze del Guardasigilli). Ora, la norma è contenuta in una legge delega approvata dal parlamento cinque anni fa e che il ministro Nordio dovrebbe attuare con decreti legislativi. Ma questo non sta avvenendo. Perchè Nordio tiene chiusa in un cassetto la legge Cartabia? Pubblica lo ha chiesto all’ex magistrato Nello Rossi, direttore della rivista giuridica “Questione giustizia” (Magistratura democratica), autore con Armando Spataro (ex pm ed ex membro del Csm) di «Le ragioni del NO» (Laterza 2025). «Questa legge – racconta Nello Rossi - è stata relegata nel dimenticatoio perchè era un utile meccanismo di coordinamento tra il parlamento e le procure della repubblica. La maggioranza di destra l'ha sistematicamente ignorata, lasciata nel cassetto. A loro non interessa questo meccanismo di coordinamento. Il che poi giustifica scelte come quelle di un meccanismo di controllo del pubblico ministero da parte dell'esecutivo».

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    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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