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Pasqua, la vita prevalga sulla morte: auguri!

04 aprile 2026|Marco Garzonio
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L'ambrosiano di Marco Garzonio

Sulla lunghezza d’onda del mirabile spettacolo prospettato dal canto della notte di Pasqua sgorga una preghiera d’augurio religiosa, laica, umana:

Mors et Vita duello
conflixere mirando:
dux vitae, mortuus, regnat vivus.

Morte e vita si sono scontrate in un duello prodigioso:
il Signore della Vita, morto, regna vivo.

La morte è una realtà naturale; sono gli uomini a farne una brutta bestia, invece di trattarla come «sora nostra morte corporale» e lodare il Signore delle creature anche per lei, alla maniera di Francesco.
Oggi la morte è dotata d’armamenti micidiali e nutrita da economie di guerra; collude con governanti dall’ego smisurato, corrotti, che si vantano di calpestare il diritto internazionale e umanitario, invasori, assassini di popoli e minoranze; può contare su molti complici: indifferenza, apatia, invidia, rancori, algidità, disprezzo della dignità, della unicità, della libertà dell’altro, della sacralità d’ogni esistenza; tira dalla sua l’ignoranza della storia, la riscrittura faziosa, nostalgica, bramosa di rivincite; si serve del disamore per la verità e della rimozione di chi ha dato la vita per la democrazia; gode degli effetti collaterali d’un clima di assuefazione a discriminazioni, odio, corsa al riarmo alimentato da ideologie autoritarie secondo le quali chi è eletto dal popolo sarebbe esente dal controllo di magistrati e giornalisti.

Ma con il Signore della Vita son schierati in tanti: i poveri, gli afflitti, i puri di cuore, i mansueti, i deboli, i fragili, gli operatori di pace, gli assetati e affamati di giustizia, i misericordiosi, i perseguitati; soprattutto i giovani. È la straordinaria forza della debolezza. Lo scontro si fa poderoso.
In nome del Signore della Vita: vogliono vivere i bambini di Gaza, che nascono denutriti e prematuri da grembi vuoti di cibo ma appassionati: amore prevale e mette al mondo il mondo anche tra macerie, persecuzioni, genocidi, distrazioni; vogliono vivere i migranti ostinati nel far conto sui Samaritani che non si voltano dell’altra parte, accolgono, curano ferite del corpo e dell’anima, investono in prossimità, credono nella tenerezza, nel perdono, nel sorriso, nella socialità, s’oppongono alle autorità che spediscono ai porti di Genova e Ravenna i naufraghi del Mediterraneo; vogliono vivere i lavoratori delle fabbriche, i rider, i giovani degli uffici e delle professioni che intendono metter su famiglia, avere figli e mandarli in buone scuole, tornare a casa la sera sani e salvi, leggere, guardare tv non faziose, farsi una cultura, divertirsi senza perdersi, pregare magari anche; vogliono vivere le donne, libere di scegliere chi amare, di dire di sì e di no, riconosciute per quel che sono e che valgono, certe di essere rispettate da uomini, tendenze culturali, politici cui tocca fare le leggi di civiltà e garantirne la corretta applicazione.

Il Signore della Vita mostra che essere vivi è usare gli occhi per guardare in faccia alla realtà che è complessa, accoglierla, comprenderla, non solo per piangere, lamentarsi di quel che non va, disperarsi, inveire; è prestare orecchio a consonanze, accordi, silenzi, non solo a discordanze, rumori, confusioni, cicaleggi, like; è aver labbra per parole che mettono in comunicazione, danno nomi e significati, per i versi dei poeti, per i baci scambiati e per quelli non dati o sognati; è tendere mani che fan gesti gentili, teneri, che cercano di stringerne altre, che tirano a sé in abbracci riconcilianti, che non si riducono a pugni minacciosi, né brandiscono armi o coltelli; è affidare alle sistole e alla diastole dei cuori i cammini di individui, città, Paesi, comunità internazionale e il corso delle generazioni; è puntare su menti che nutrono pensieri umani, costruttivi, dialoganti, elaborano idee di bene comune, immaginano progetti credibili che contrastano risentimenti e disegni di distruttività, che si aprono a orizzonti di coesistenza dove tutto – uomini, donne, cose, natura – può essere nuovo ogni giorno se lo si vuole, se ci si rimbocca le maniche. Annunciare e lavorare in prima persona per la vita che prevale sulla morte è Pasqua, è l’umano che risorge, è la vera vita, è la vita che vale la pena di vivere.

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