Nordio alza i toni sul referendum, Meloni tace e teme la rimonta dei No

Un potere dello Stato dà del paramafioso a un altro. Accosta la mafia un organo presieduto dal presidente della Repubblica. “Giorgia Meloni prenda le distanze” chiede l’opposizione, ma lei non sconfesserà il suo ministro il cui nome fa da titolo alla legge che va al voto tra poco più di un mese. Sarebbe come darsi la zappa sui piedi. In effetti, cosa farà Giorgia Meloni? Questo non è chiaro. Nel fine settimana i dirigenti di Fratelli d’Italia si sono riuniti in conclave per decidere come affrontare il rush finale. Giocarsi la campagna elettorale in prima linea o no? E la leader ci metterà la faccia al di là del minimo sindacale? La parola d’ordine ufficiale uscita dalla direzione è: non politicizzare il voto. Siccome il voto è ovviamente politico, perché riguarda una riforma della Costituzione voluta da una maggioranza politica e da un governo, la frase sembra essere un “mettere le mani avanti”, solo che si fa fatica a immaginare che la vittoria del No non sarebbe una sberla per Meloni, volenti o nolenti. Non un colpo mortale, non cadrebbe il Governo, ma uno scossone, certamente sì. Gli ultimi sondaggi sono una doccia fredda, dicono che la partita è aperta. Gli insulti di Nordio al Csm hanno provocato una levata di scudi. Meloni se la sarebbe volentieri evitata? Non lo sappiamo. Lei teme di perdere smalto, consenso personale molto più alto di quello del Governo nel suo insieme. Ora deve decidere come giocare la partita: da bordo campo o nel cuore dello scontro.
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