Ma dov’è finito il decreto sicurezza?

A due settimane dall’approvazione in Consiglio dei Ministri, il decreto sicurezza non ha ancora avuto la firma del Capo dello Stato e quindi non è nemmeno stato trasmesso alle Camere. Annunciato con grande enfasi, soprattutto per le misure liberticide, il decreto è in una specie di limbo e oggi, intorno a questo, si è creato una sorta di mistero, non ancora del tutto risolto.
Il portavoce di Forza Italia, Nevi, di buon mattino, se n’è uscito dicendo che ci sono ancora in corso alcuni profili di costituzionalità ritenuti fondamentali e che quindi il governo si sta prendendo un po’ di tempo, quel tempo che invece non è stato preso prima, perché questo decreto è funzionale alla campagna di propaganda di Giorgia Meloni, securitaria e liberticida, che si accompagna agli attacchi ai magistrati che, secondo la destra, non chinano la testa di fronte alle volontà del governo, soprattutto in questo terreno: sicurezza e immigrazione.
Poi, nel pomeriggio, da Palazzo Chigi è arrivata la precisazione, ancora adesso riconfermata, che si tratta di uno stop alla Ragioneria dello Stato per ottenere la bollinatura, la verifica e il via libera alle coperture necessarie per quelle misure che hanno dei costi e, senza bollinatura, il decreto non può andare al Quirinale. Ma è chiaro che parlare di profili di costituzionalità fa subito pensare ai dubbi espressi dal Quirinale nelle scorse settimane, all’ambiguità che tuttora resta sul fermo preventivo, che potrebbe impedire la libera partecipazione dei cittadini alle manifestazioni sulla base di sospetti la cui fondatezza non è chiara né quanto né come potrà essere verificata: un provvedimento che imprime una stretta ai diritti di manifestazione e che tocca anche i diritti dei migranti in Italia.
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