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L’opposizione al governo Salvini: fare che

Matteo Salvini

La chiusura dei porti alle navi che portano i migranti salvati dal mare, imposta da Salvini e Toninelli, è un atto che di fatto dichiara uno stato di guerra contro una categoria di persone, ampia e variegata. I migranti e profughi vengono considerati fuorilegge e nemici in quanto tali, per il loro statuto sociale senza avere commesso alcun reato ne portato alcuna offesa al popolo e allo stato italiano.

Sono i capri espiatori di un governo e di una parte della società e del popolo – in particolare gli elettori della Lega, ma non solo – in funzione di una politica autoritaria destinata inevitabilmente a estendersi alla società intera. Salvini è il ferro di lancia mentre Toninelli – il ministro delle infrastrutture e perciò delegato alla gestione dei porti – è il coadiuvante e succube.

Questa coppia porta alla luce il patto che sottende il contratto (sic) di governo, il cuore di tenebra di questo governo, con Toninelli al solito così tronfio e imperativo, che corre scodinzolando appresso al capo della Lega e capo politico delle forze di polizia e di sicurezza interna. A questo proposito è la prima volta, se non sbaglio, che un segretario di partito al governo assume anche la carica di ministro degli interni – le minuscole sono d’obbligo.

Dalla Liberazione in poi si è sempre evitata – salvo alcuni ad interim assunti dal Presidente del Consiglio – questa sovrapposizione di cariche, capo di partito e capo politico della forza armata interna dello stato, per non dare la sensazione e percezione che un singolo cumulasse da solo un potere di fatto politico-militare, rieccheggiando uno sgradevole passato dittatoriale e fascista. Ma tant’è, Salvini non a caso arriva al potere dopo una pluriennale martellante campagna “contro l’invasione dei migranti”, e l’invasione è un atto di guerra cui bisogna rispondere contrattaccando, per di più con il sospetto sbandierato come una certezza di infiltrazioni terroristiche.

Altro che accoglienza! Detenzione preventiva di lunga durata, respingimenti massivi, rimpatri forzati, chiusura dei porti, rastrellamenti di rom e sinti (per ora), e quant’altro l’arsenale fascistoide e similrazzista leghista e dei suoi alleati –casa pound forza nuova eccetera -riuscirà a mettere in campo. Mentre in virtù dell’osceno scambio tra diritti umani e diritti sociali messo in atto dal ruspante Salvini e dall’azzimato Di Maio in nome del potere, il m5s che più minuscolo di così non si può, tace e acconsente.

E quando il sindaco di Livorno m5s Nogarin dice con voce flebile che lui sarebbe favorevole all’apertura del porto, il suo post rimane visibile per poco, venendo ritirato in un batter d’occhio in nome del governo. Però già prima il sindaco di Palermo Orlando e quello di Napoli De Magistris avevano manifestato una simile intenzione. E qui insorge il primo dato di una possibile concreta opposizione: la resistenza delle città.

Napoli, Milano, Palermo e forse Bologna e Torino, chissà Roma, sono solo alcune di quelle che potrebbero ribellarsi ai diktat di Salvini, un po’ come le città USA che si ribellano agli atti esecutivi di Trump contro gli immigrati e/o negazionisti rispetto all’effetto serra. Lì esiste un reticolo di associazioni politico culturali, di centri sociali, di movimenti, di volontari civili nei più vari campi cui sta a cuore la convivenza civile e che pratica la cultura dell’incontro, del dialogo e dell’inclusione.

È un pezzo dell’Italia progressista che potrà/dovrà organizzarsi per non essere annichilita dalla ruspa leghista e dalla grillina codardia nutrita di ansia e ambizione per il potere. Non sarà facile perchè l’avversario è oggi potente e determinato, furbo e senza scrupoli, mimetico e radicato in interi segmenti sociali, proletari non pochi e sfruttati compresi. E credo pure che sarà lunga.

Il governo, nonostante la difforme nascita e storia delle due forze che lo animano, è riuscito a trovare un baricentro abbastanza elastico e ben definito da non temere le scosse. Chi spera in un ravvedimento del M5S, o di una sua dialettica interna vivace e progressiva in grado di contrastare lo sprofondo reazionario e autoritario di Salvini, in nome di qualche no tav che vi è approdato o dei due milioni di voti provenienti da sinistra che si porta in pancia, prende lucciole per lanterne. Nel dibattito sulla fiducia ho ascoltato con attenzione il discorso di Paola Taverna, la quale ha esaltato la politica sociale che, in nome del contratto, il governo del cambiamento avrebbe praticato, senza una parola, dico una, sulla questione dei migranti, guarda caso.

Il cuore di tenebra dell’accordo tra Salvini e Di Maio tiene insieme l’ottuso Toninelli strutturalmente di destra e la brillante Taverna che si pensa di sinistra. Quando a Bologna Dora Palumbo esce in consiglio comunale dal M5S, dicendo papale papale “Salvini semina odio e noi ci siamo svenduti”, cioè una verità del tutto evidente, nessun dirigente si scompone, nessun militante nemmeno chiede lumi.

Dora Palumbo è una voce nel deserto che finisce nel gruppo misto. La verità sarà anche rivoluzionaria come diceva Gramsci, ma tra i grillini non ha corso. È l’ambizione di potere che li anima e tiene insieme, nient’altro. O meglio: il resto è fuffa. A dirla tutta il meglio è ancora Beppe Grillo, che però forse grillino non è più.

Ma torniamo all’opposizione, che non sarà per niente facile, in specie sulla questione dei migranti. Ci vorranno coraggio fino alla disobbedienza civile nel quadro di una rigorosa non violenza con fantasia, chiarezza politica, tessuti di solidarietà ampi e articolati, senza preclusioni settarie. Per esempio la chiesa di Bergoglio, le sue parrocchie tanto quanto le sue propaggini sociali come la Caritas, deve interamente essere chiamata a partecipare di questo processo per l’accoglienza dei migranti in una miscellanea di associazioni e iniziative laiche e cristiane. Nè si tratta soltanto di una questione pratica.

Il nodo delle grandi migrazioni che attanaglia tutte le società europee, e non solo, e che potrebbe strangolarle, non può essere tagliato con la spada, perchè anzi i nodi si moltiplicano in migrazioni dovute a guerre, migrazioni economiche, sociali, politiche, ideologico religiose, migrazioni climatiche e chi più ne ha più ne metta, dove popoli fino a ieri separati geograficamente e culturalmente, oggi letteralmente si sovrappongono dando origine a nuove inedite collettività e relazioni sociali. Insomma le grandi migrazioni modellano e propongono una vera e propria rivoluzione antropologica. Anzi più precisamente le grandi migrazioni producono una dinamica di rivoluzioni antropologiche che s’intrecciano a formare una nuova umanità. Insomma è questione di lungo periodo e di strenua battaglia per mantenere fermi e attivi i principi di eguaglianza e l’ethica della convivenza civile.

Il primo fronte dell’opposizione sta qui, e è decisivo per l’intera società europea. Per la sua democrazia, per le sue libertà, per i diritti individuali e collettivi, tutti: umani, civili, sociali, politici. Per l’eguaglianza. Dicendola in altri termini: bisogna rimettere in circolo l’idea e il progetto di una società europea democratica e egualitaria, multietnica e multiculturale. Nell’opposizione più strenua a Salvini e al suo governo.

Matteo Salvini
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    Bruno Giorgini
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    La battaglia delle idee, contro l’estrema destra. A Pubblica la sintesi del secondo incontro alla Casa della Cultura per il ciclo «Autoritarismi in democrazia» (Osservatorio autoritarismo, Università Statale Milano, Libertà e Giustizia, Castelvecchi) di cui Radio Popolare è media partner (qui il programma https://www.libertaegiustizia.it/wp-content/uploads/2025/11/22-novembre-ciclo-daniela-padoan-1.pdf). Ospite del secondo incontro lo storico Steven Forti (Università Autonoma di Barcellona). «Bisogna tornare alla battaglia delle idee. Non può essere – sostiene lo storico – che chi difende progetti antidemocratici finisca per appropriarsi addirittura della parola democrazia». Per Forti si sta formando un’abitudine alle forme autoritarie del potere. «E’ una questione cruciale per la democrazia. Recuperiamo le idee democratiche, riconquistiamole e diamone di nuove [...] Serve ad immaginare un futuro diverso».

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    Roma. Spin Time: da sede del Giubileo allo sgombero annunciato

    A Roma, nel centrale quartiere Esquilino, c’è un palazzo di 10 piani e 21mila metri quadrati occupato dal 2013, che la Prefettura ha inserito tra 27 immobili del prossimo piano sgomberi (c’è anche CasaPound). Per questo palazzo, che si chiama Spin Time, centinaia di persone stanno firmando una petizione per dire che non si deve e non si può sgomberare una realtà che in più di un decennio ha prodotto scuole, orchestre, laboratori e riviste, una cucina popolare, degli sportelli di assistenza legale, tantissime attività (c’è anche Mediterranea) ed è soprattutto stato un modello di convivenza tra famiglie sfrattate di varie provenienze che dura e produce socialità. Il racconto di questa realtà unica, che nell’ottobre scorso è stata scelta dal Vaticano per ospitare il Giubileo degli oppressi, con associazioni e chiese arrivate dai quattro angoli del pianeta, è affidata a Chiara Compagno, che partecipa a Scomodo, una delle attività culturali interne al palazzo e che ci dice: “Roma è tutta qui, negli anni abbiamo riunito tantissime persone e diversità, siamo un centro che unisce e crea”. L'intervista di Claudio Jampaglia e Cinzia Poli.

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