La revoca del visto per Israele è solo una briciola di una storia infinitamente più urgente

I giornalisti palestinesi uccisi a Gaza in tre anni sono più di 200. In Cisgiordania gli attacchi sono quotidiani: sia da parte dei coloni che da parte dell’esercito.
Un visto revocato ad una giornalista italiana per andare a seguire le elezioni in Israele è una briciola di una storia ben più grande, enormemente più tragica e infinitamente più urgente. È la punta di un iceberg inquietante, che più passa il tempo più diventa inaccettabile non guardare. Lo sgomento, la solidarietà e l’indignazione che Radio Popolare e io stiamo ricevendo in queste ore sono importanti, perché fanno parte di quella battaglia quotidiana che tutti, come società civile, siamo chiamati a combattere in questi tempi bui: quella per la giustizia, la verità e contro le storture del potere. Ma ancora più forza, più rabbia e più indignazione serve per denunciare la vera ingiustizia, e per continuare a dare voce a chi la storia la subisce ogni giorno. Per me, non andare in Israele è motivo di frustrazione professionale. Per i Palestinesi, combattere il silenzio in cui il governo Israeliano cerca di far sprofondare i crimini commessi dal proprio esercito è una questione di sopravvivenza.
“Se stai leggendo queste parole, sappi che Israele è riuscito a uccidermi e a silenziare la mia voce”, scriveva il giornalista palestinese Anas Al Sharif in un ultimo messaggio prima di essere ucciso nella striscia di Gaza da un bombardamento mirato dell’esercito israeliano ad agosto del 2025. “Non dimenticate Gaza – concludeva – E non dimenticate me nelle vostre sincere preghiere di perdono e accettazione”. Noi, però, non dobbiamo solo non dimenticare. Dobbiamo continuare a chiedere le risposte che non ci vengono date, a protestare contro la violenza e la sopraffazione e a dire soprattutto quello che qualcuno preferirebbe non venisse detto.
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