Irlanda, Olanda, Slovenia e Spagna e Islanda boicottano l’Eurovision 2026 per la presenza di Israele

Settantesimo compleanno complicato per Eurovision, il concorso canoro creato e tutt’ora gestito dall’Unione Europea di teleradiodiffusione, organizzazione il cui acronimo in inglese è Ebu, European Broadcasting Union. La manifestazione è nata nel 1956 con lo scopo di promuovere la coesione di un continente che era stato dilaniato dal secondo conflitto mondiale. Eurovision è uno dei programmi televisivi di respiro internazionale più longevi: è stato trasmesso ogni anno dal ‘56 salvo – causa emergenza Covid – nel 2020; viene diffuso nella “zona europea di radiodiffusione” (che comprende anche parte dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente), e in più in Usa, Canada, Australia e Cina, e ormai in tutto il mondo attraverso la rete: rappresenta l’evento non sportivo più seguito al mondo, con un audience calcolata in centinaia di milioni. In termini artistici e commerciali per i concorrenti e il mondo discografico, e di immagine e politici per i paesi partecipanti, la posta in gioco è quindi enorme. Fra i paesi in gara c’è fin dal ‘73 anche Israele: e negli ultimi due anni la manifestazione è stata nell’occhio del ciclone per le polemiche e le proteste relative alla mancata esclusione di Israele, malgrado il genocidio in corso a Gaza: a maggior ragione dato che la Russia è stata, invece, esclusa dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Il piazzamento lo scorso anno al secondo posto dell’artista rappresentante di Israele ha sollevato anche sospetti sulla possibile manipolazione del televoto. La prossima edizione si terrà dal 12 al 16 maggio a Vienna, e quest’anno le proteste sulla partecipazione israeliana hanno fatto un salto di qualità. Già lo scorso anno diversi Paesi avevano chiesto una riflessione sull’opportunità della partecipazione di Israele alla manifestazione, e settantadue artisti che avevano preso parte alla competizione, fra cui i vincitori di due edizioni, avevano firmato una lettera aperta che chiedeva l’esclusione di Israele: successivamente anche i vincitori delle edizioni 2024 e 2025 si erano associati alla richiesta. Nell’autunno dello scorso anno un’assemblea preparatoria di Eurovision 2026 ha evitato un voto a scrutinio segreto sulla partecipazione di Israele che era stato richiesto da alcuni Paesi: come conseguenza Irlanda, Olanda, Slovenia e Spagna, seguiti poi dall’Islanda, hanno deciso di boicottare la manifestazione facendo mancare la loro partecipazione; Irlanda, Slovenia e Spagna, inoltre, hanno scelto di non trasmettere il concorso. Eurovision ha vissuto varie problematiche legate a questioni internazionali, e ha attraversato anche in passato dei momenti di crisi, ma il più grave, nel ‘69, fu per il malcontento per una vittoria a pari merito di quattro concorrenti: questa è la crisi politica più seria della sua storia, nella quale pesa la presa di posizione di uno dei paesi più importanti dell’Unione Europea, la Spagna. Inoltre, più di mille artisti di numerosi Paesi hanno sottoscritto un appello a boicottare Eurovision per non normalizzare il genocidio, richiamandosi direttamente alla campagna di boicottaggio contro il Sudafrica dell’apartheid: fra i nomi Brian Eno, Massive Attack, Paul Weller, Roger Waters, Peter Gabriel, Kneecap. Tra i Paesi in rotta con Eurovision l’iniziativa più clamorosa è della Slovenia: non solo la Slovenia non trasmetterà Eurovision, ma negli stessi giorni RTV Slovenia manderà in onda una vera e propria controprogrammazione, intitolata “Glasovi Palestine”, ovvero “Voci dalla Palestina”, con film, documentari e reportage, compreso – in coincidenza con la seconda semifinale di Eurovision – un documentario proprio su Eurovision e sulle questioni etiche e politiche che lo investono.
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