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“Da soli non ce la faremo”. Il racconto dal Venezuela devastato dal terremoto

25 giugno 2026|Martina Stefanoni
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Terremoto in Venezuela

Nella notte italiana il Venezuela è stato colpito da due forti scosse di terremoto molto ravvicinate, di magnitudo 7.2 e 7.5. Numerosi edifici sono crollati, e i danni sono ancora difficili da quantificare. Almeno 164 persone sono morte, quasi mille sono ferite. I numeri, però, probabilmente cresceranno man mano che proseguono le operazioni di ricerca e soccorso. Secondo il sito web creato per rintracciare le persone scomparse, oltre 25.000 persone sono disperse.
Secondo la US Geological Survey (USGS), l’agenzia statunitense che registra i terremoti, lo scenario più probabile è che le persone morte siano tra le 10mila e le 100mila.
Martina Stefanoni ha raggiunto a Caracas la giornalista freelance Estefania Salazar.

Quando ho sentito la prima scossa ero a casa mia. Ieri era un giorno festivo, quindi nessuno lavorava e molte persone erano a casa. Stavo dando da mangiare al mio gatto quando la terra ha iniziato a tremare. Il mi primo pensiero è stato: è un altro attacco aereo, ci bombardano. La mia mente è andata subito al 3 gennaio. Ma poi la terra continuava a tremare e ho capito che si trattava di un terremoto. Sono uscita in strada, eravamo tutti lì, abbiamo aspettato che finisse. Un mio parente stava guidando e ha dovuto fermarsi perché la macchina sobbalzava troppo.
Subito dopo siamo tutti andati sui social network, perché molti siti web e anche Twitter – che era molto usato qui – sono ancora bloccati dal governo. Quindi abbiamo dovuto rivolgerci ai social media per capire cosa era successo, qual era la magnitudo, quanti danni ecc.
Il Venezuela è una zona sismica, ma i terremoti non sono così frequenti né così forti come in altri paesi del Sud America. Quindi, sebbene abbiamo delle linee guida per la prevenzione, la cultura della prevenzione non è molto diffusa qui. Perciò, la gente non sapeva cosa fare, è rimasta fuori in strada fino a notte fonda. Ci siamo aiutati tutti a vicenda. Le persone che vivono in edifici molto alti, per esempio, sono venute, nelle case di chi vive al pian terreno in cerca di internet, per andare bagno e cose così. Poi una volta che si sono sentite al sicuro sono tornate a casa. Altre persone invece hanno dormito per strada, avevano troppa paura.
Ora c’è in vigore lo stato d’emergenza, le scuole sono chiuse e oggi non andremo al lavoro. Ora l’attenzione è rivolta al soccorso e al recupero, all’individuazione delle aree più colpite e alla valutazione dei danni. Alcuni palazzi sono crollati a Caracas e nelle città circostanti.

Adesso com’è la situazione?

La gente è ancora molto spaventata, ci sono ancora tante scosse di assestamento. Ma tutti hanno anche già iniziato ad aiutarsi a vicenda. Per esempio, visto che come dicevo prima, molti media sono bloccati – lo erano già durante il governo Maduro, e anche prima con Hugo Chavez – le persone si sono riversate sui social per inviare informazioni. Cerchiamo di individuare e seguire account che sappiamo essere affidabili e poi i media indipendenti che non sono bloccati. La gente però sta creando gruppi WhatsApp o siti web nati apposta per trovare le persone disperse, dare informazione sulle zone colpite ecc. Quindi, la solidarietà è in azione, ed è una cosa bellissima.

E per quanto riguarda i servizi di emergenza, sono stati mobilitati? La situazione politica nel vostro paese è ancora complicata, come stanno funzionando?

I servizi di soccorso locali sono stati mobilitati, anche se ovviamente con delle limitazioni…limitazioni preesistenti dovute al budget. Quindi gli aiuti internazionali saranno, credo, molto necessari perché le risorse locali non sono sufficienti o non hanno abbastanza personale in questo preciso momento.

Quali sono le zone in cui l’aiuto è più necessario?

Caracas è una città a 1000 metri sul livello del mare e accanto c’è l’aeroporto internazionale, Maiquetia, a La Guaira. Lo stato di La Guaira è stato duramente colpito, è proprio accanto a Caracas. Dista circa 40 minuti in autostrada. Anche l’aeroporto è stato chiuso.
Moltissimi edifici sono stati danneggiati, altri sono proprio sono crollati. E sono proprio loro quelli che in questo momento chiedono aiuto. Ma la domanda è: i palazzi seguivano le linee guida antisismiche in vigore? Non lo sappiamo.

Solo sei mesi fa lì c’è stato l’attacco statunitense, l’arresto di Maduro e tutto ciò che ne è conseguito, e ora questo enorme terremoto.  Diciamo che è un periodo complicato per il Venezuela. Qual è lo stato d’animo delle persone?

Sì, in giro c’è questa sensazione. Ho sentito le persone dire: “ Ma cavolo, dobbiamo affrontare non solo l’incertezza politica, ma ora anche questo”. La reazione immediata delle persone è: “avremo bisogno di aiuto”. Sappiamo che dobbiamo prima di tutto sostenerci a vicenda e che avremo bisogno di aiuto dall’esterno per rimetterci in piedi e per riprenderci perché il paese era già in grande difficoltà economica e lo è ancora. Quindi, sai, per rimettersi in piedi servirà ulteriore aiuto rispetto a quello che è stava arrivando, anche rispetto al cambiamento che gli Stati Uniti avevano promesso qui…ma questa è un’altra storia. L’unica cosa certa è che il paese non è in grado di provvedere da solo a ciò di cui avremo bisogno, con tutti i danni che abbiamo subito e che ancora non conosciamo.

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