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Da Letta a Gentiloni, il film della 17a legislatura

E’ iniziata nel segno dell’incertezza, ed è finita in un clima incerto soprattutto in previsione delle prossime elezioni. Si è chiusa la diciassettesima legislatura e viste le premesse, le difficoltà iniziali per trovare una maggioranza di governo e un nuovo presidente della Repubblica, tanto da dover chiedere a Napolitano di restare, sembra quasi un miracolo essere arrivati al termine.

Gentiloni ha suonato la campanella della fine, che sembra quasi un nuovo inizio per lui, per un nuovo ruolo nella prossima legislatura. Continuerà a rimanere a Palazzo Chigi, “il governo non tirerà i remi in barca”, dice il presidente del Consiglio, che arrivato al governo quasi in una staffetta con Renzi, ora vede la sua credibilità come premier migliore nei sondaggi rispetto a quella del suo predecessore. Per questo il capo dello Stato vuole che rimanga lì nel pieno delle sue funzioni, per affrontare mesi delicati nei quali potrebbe non emergere nessuna maggioranza in Parlamento.

E quando Gentiloni ricorda che si sono evitate interruzioni traumatiche della legislatura sembra parlare anche al presente più vicino, non aver rischiato di far cadere il governo per lo Ius soli, con un voto di fiducia che non avrebbe avuto i numeri necessari, “pur avendoci lavorato alcuni mesi”, ricorda, “la verità è che non siamo riusciti a mettere insieme i numeri per approvarlo”. Il capitolo dei diritti Gentiloni lo definisce “incompiuto”, ma sembra fiero di ciò che è stato raggiunto, risultati “storici” aggiunge: le unioni civili, il reato di tortura, la legge sui minori non accompagnati, quella sulla violenza contro le donne, e il testamento biologico. Sul suo futuro non si sbilancia, ma ripete più volte il termine “sinistra di governo”, una formula politica che lui ha rappresentato in questi mesi e che potrebbe candidarsi a rappresentare se Mattarella dovesse chiederglielo. Tutto dipenderà dall’esito del voto e dalla forza elettorale che avranno il centrodestra e il Movimento cinque stelle.

La diciassettesima legislatura sarà ricordata forse come quella più turbolenta dal punto di vista politico, con ben tre presidenti del Consiglio e due presidenti della Repubblica. Era iniziata e sembrava già tutto previsto dai sondaggi: la vittoria del centrosinistra di Bersani alleato con la sinistra di Sel che dopo cinque anni si ritrova all’opposizione, portandosi con sé parte del Partito democratico. Bersani viene umiliato via streaming nel suo tentativo di fare un governo con i grillini e non solo non si riesce a trovare una maggioranza, ma nemmeno un accordo per l’elezione del nuovo capo dello Stato. Romano Prodi viene tradito da 101 parlamentari, e ancora adesso non è chiaro chi sia stato il regista, l’unica soluzione è la rielezione di Napolitano che chiede una nuova legge elettorale. Il governo si fa con Enrico Letta e una maggioranza si trova grazie ai voti di Forza Italia. Un governo di larghe intese che viene colpito duramente dalla condanna definitiva di Berlusconi per frode fiscale e la sua successiva ineleggibilità e incandidabilità.

Dopo un anno di governo Letta, suona la campanella di Renzi, quella immortalata dai fotografi che vedono un passaggio di consegne con Renzi nel gelo più totale. Renzi vince le primarie e da segretario del Pd si prende anche il governo. Iniziano così i mille giorni di Renzi con la promessa degli 80 euro in busta paga. Un successo se si pensa che poco dopo ottiene il 40% dei consensi alle Europee. Ma il suo governo approva anche il Jobs Act, una riforma contestata, che cancella l’articolo 18 e segna le prime fratture nel partito democratico e l’uscita dal gruppo dei primi parlamentari. C’è la riforma della scuola, e poi l’Italicum, la tanto attesa legge elettorale, ma bocciata dalla Consulta.

A Napolitano subentra Sergio Mattarella, non gradito a Berlusconi e infatti l’elezione del Presidente della Repubblica segna la fine del governo di larghe intese. Renzi che si sente vincente si lancia nella costruzione di una riforma della Costituzione ambiziosa, la fine del bicameralismo perfetto. Ma la riforma non regge alla prova del referendum che Renzi ha gestito anche come voto sul suo governo, visto che era sempre mancata la legittimazione popolare alla sua carica a premier. Deve lasciare Palazzo Chigi ma trova in Paolo Gentiloni un fedele sostituto. Rimane segretario del Pd, pensando da quel luogo di poter lavorare al suo ritorno.

Ma la parabola del leader giovane e rottamatore si incrina pian piano, non riesce a gestire il partito in maniera collegiale, coinvolgendo le minoranze, che pian piano lo abbandonano. Il partito subisce una scissione dolorosa, e il gruppo più vicino a lui, il cosiddetto “giglio magico” finisce sotto i riflettori di un conflitto di interessi, che coinvolge la ministra più in vista e più vicina a Renzi, Maria Elena Boschi, che tentando di aiutare la banca del padre, Banca Etruria, finisce sul banco degli imputati della Commissione di inchiesta sulle Banche, proprio negli ultimi giorni di legislatura.

Restano leggi incompiute, come ricorda lo stesso Gentiloni, tra queste lo ius soli, la cittadinanza agli stranieri. Il capitolo dei diritti è incompiuto ma storico dice il presidente del consiglio, e infatti nella legislatura molte leggi sono state approvate, due in particolare, un traguardo importante: le unioni civili e il testamento biologico, immortalato dai fotografi con le lacrime di Emma Bonino al Senato. Da oggi una campagna elettorale difficilissima, che nei fatti è cominciata da tempo e finirà con il risultato nelle urne del 4 marzo.

  • Autore articolo
    Anna Bredice
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    Il pubblico ministero alle dipendenze della politica? C'è già! Per trovarne qualche traccia, inutile cercare nella legge Meloni-Nordio, che smembra il Csm e stravolge l’autonomia delle toghe con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. E’ la legge su cui voteremo nel referendum di fine marzo. Il pm che dipende da criteri generali e criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale è già scritto, nero su bianco, nella cosiddetta riforma Cartabia del processo penale. Le norme della Cartabia (legge n.134/2021) prevedono che sia il parlamento a dettare criteri generali per le indagini. Se è il parlamento a doversene occupare è probabile che a decidere sia allora la maggioranza di governo. Dunque, la maggioranza parlamentare detta i criteri generali e poi – secondo la legge Cartabia – gli uffici del pm individuano i criteri di priorità (questo sì, questo no) tra i vari reati. Infine, il pm si adegua. Una forma di dipendenza c’è, anche se forse più blanda di quella paventata dai sostenitori del NO (un pm alle dipendenze del Guardasigilli). Ora, la norma è contenuta in una legge delega approvata dal parlamento cinque anni fa e che il ministro Nordio dovrebbe attuare con decreti legislativi. Ma questo non sta avvenendo. Perchè Nordio tiene chiusa in un cassetto la legge Cartabia? Pubblica lo ha chiesto all’ex magistrato Nello Rossi, direttore della rivista giuridica “Questione giustizia” (Magistratura democratica), autore con Armando Spataro (ex pm ed ex membro del Csm) di «Le ragioni del NO» (Laterza 2025). «Questa legge – racconta Nello Rossi - è stata relegata nel dimenticatoio perchè era un utile meccanismo di coordinamento tra il parlamento e le procure della repubblica. La maggioranza di destra l'ha sistematicamente ignorata, lasciata nel cassetto. A loro non interessa questo meccanismo di coordinamento. Il che poi giustifica scelte come quelle di un meccanismo di controllo del pubblico ministero da parte dell'esecutivo».

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