Da Gaza a Mandelson: tutti gli errori che hanno portato Keir Starmer a dimettersi

“Il mio partito si è chiesto chi sia la persona più adatta a guidarlo alle prossime elezioni, mi ha dato una risposta, e io la accetto senza lamentarmi”. Queste sono state le parole del primo ministro britannico Keir Starmer, durante l’annuncio delle sue dimissioni, davanti alle videocamere dei giornalisti. Dopo mesi e mesi di grave incertezza al governo, Starmer ha fatto quello che in molti si aspettavano: ha capito che non era più nella posizione di governare, e l’ha accettato.
Del resto, il suo declino politico era già in corso da mesi. Nonostante diversi successi – in primis la vittoria alle elezioni dopo anni di fortissime divisioni interne nel partito, seguita da alcuni buoni risultati economici e dall’introduzione recente di una legge voluta da molti sugli adolescenti e i social media – Starmer continuava ad accumulare impopolarità.
La sua è stata una posizione difficile, comune a molti leader di sinistra nell’Europa di oggi: per farsi eleggere, si era proposto come un portatore di grande cambiamento, ma poi per rimanere al potere, si era mantenuto solidamente al centro dello spettro politico, cosa che ha infastidito molti elettori, specialmente i giovani. Su alcuni temi, però, Starmer non ha voluto ascoltare le voci di dissenso e cercare un compromesso, anche dove avrebbe potuto.
Primo tra questi, la guerra a Gaza. Il Regno Unito è in questo momento un Paese profondamente frammentato dal punto di vista sociale e ideologico, ma è indubbio che l’orrore nei confronti di quello che sta succedendo a Gaza sia molto condiviso; basti pensare alle enormi proteste contro la guerra che si sono tenute a Londra. Starmer ha deciso però di non seguire la linea dura di condanna a Israele abbracciata ad esempio dallo spagnolo Pedro Sanchez, un altro leader europeo di sinistra. Ha sempre dato l’impressione di volersi tenere un po’ alla larga dal tema. E l’accanimento contro il gruppo di attivisti Palestine Action, bannato come gruppo terroristico dalla sua ministra degli interni, ha portato a delle forti domande sui rischi a protestare nel Paese.
Successivamente, c’è stato il caso Mandelson. Quando la vicinanza tra Peter Mandelson e Jeffrey Epstein è emersa in tutta la sua gravità, Starmer si è rifiutato di prendersi la responsabilità di aver eletto Mandelson come ambasciatore negli Stati Uniti. Ha scaricato invece la colpa sui suoi associati. Questo l’ha reso parecchio impopolare, sia all’interno del partito che tra gli elettori: ha dato l’impressione di essere un leader disposto a eliminare i suoi alleati pur di uscirne senza graffi.
A rendere tutto più complesso, c’è stata la sua non ottimale gestione della comunicazione digitale, mezzo fondamentale per connettersi con l’elettorato nel mondo di oggi. Starmer ha continuato a parlare al suo pubblico in modo profondamente tradizionale e distaccato. Non è riuscito ad esprimere le sue qualità politiche – serietà, un eccezionale curriculum nel mondo della legge, pragmatismo – con carisma. In questo, il politico che probabilmente lo succederà, Andy Burnham, è molto diverso: è bravo davanti alle telecamere e forte sui social media.
Starmer aveva promesso un rinnovamento del Paese, e una politica priva di polemiche e scandali. Alla fine, la sensazione che queste promesse non siano state rispettate è quello che ha spinto il suo stesso partito a chiedergli di farsi da parte.
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