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Carlotta Cossutta candidata alle primarie: “Restituire Milano a chi la abita è una lotta collettiva”

24 settembre 2026|Redazione
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Carlotta Cossutta

Nella corsa alle (possibili) primarie del centrosinistra milanese c’è anche Carlotta Cossutta. Trentanove anni, nata e cresciuta a Milano, docente precaria di Filosofia Politica, attivista femminista.
Per lanciare la sua candidatura ha scelto il piazzale davanti alla stazione Centrale che il governo Meloni ha trasformato in una zona rossa.
Carlotta Cossutta è stata ospite della trasmissione Presto Presto. Ascolta l’intervista di Roberto Maggioni, Alessandro Braga e Cinzia Poli.

Che idea di città ha voluto far emergere con il lancio della sua candidatura?
“Abbiamo provato a far emergere, anche ieri, attraverso un coro di voci, diversi punti di vista che partivano tutti dall’idea di voler restare a Milano, un po’ contro tutto e contro tutti a questo punto, ma di volerlo fare attraverso la possibilità di rendere Milano abitabile per chi qui lavora e qui sceglie di rimanere. Sappiamo che i problemi, al momento, sono molti. Banalmente, il costo della casa supera ormai il 60% del reddito per molte persone. Questo rende davvero impossibile cogliere le opportunità di Milano e crea un divario di classe sempre più grande tra una classe globale di persone che possono tranquillamente vivere qui e persone che invece vengono espulse.
Ieri era, quindi, un modo, da diversi punti di vista – da quello di chi qui ha figli, di chi lavora negli spazi culturali indipendenti, di chi fa le lotte ecologiche – di provare innanzitutto a fare una cosa insieme. E, in secondo luogo, di riportare al centro i temi, che è una cosa che è stata molto ripetuta in questi mesi di dibattito. Siamo partiti proprio da quelli”.

E i temi sono soprattutto i bisogni dei cittadini. Lei non ha mai nascosto la sua attenzione per questo, quando parlava di Milano come città-vetrina. La “vetrinizzazione” di Milano è nata tanti anni fa e oggi sembra vivere il suo momento “migliore”…
“Sì. Ieri, nella piazza, c’è stato anche un momento secondo me simbolico: alcune ragazze si sono avvicinate pensando fosse un evento della Fashion Week.

Esatto, perché spesso si confonde la vetrina con il contenuto.
“Sì, non è un fenomeno recente, ma è un fenomeno che continua e che attraversa davvero diversi ambiti della città.
Ieri citavo il caso delle maestre: le scuole primarie milanesi continuano a cercare insegnanti senza trovarle. Ma sappiamo che non sono solo le maestre a mancare: sono le infermiere, le tranviere, le persone che mandano avanti la città. Quello che provavamo a dire è che sicuramente a Milano non manca la ricchezza. Quello che manca è provare a ridistribuirla. Non perché le persone più ricche debbano fare un favore, quasi come un’elemosina, alle persone più povere, ma perché senza questa redistribuzione della ricchezza semplicemente la città muore. Se non ci sono maestre, tranviere e infermiere, certamente chi ha molti soldi può continuare magari a vivere qui, ma la città perde uno slancio sul futuro, perde una dimensione di condivisione. Questo era il principale bisogno che volevamo mettere in campo.

Da candidata, adesso, si dovrà porre il tema di come fare a ridistribuire questa ricchezza. Ha già in mente due o tre cose da fare subito per riportare Milano a essere una città nella quale voler e poter vivere?
“Sicuramente lavorare sul tema della casa, rimettendo a posto il patrimonio pubblico e rimettendolo in condivisione, ma anche ampliandolo, acquisendo nuovi immobili. E lavorare, ovviamente, a livello nazionale per poter avere un tetto agli affitti e anche per poter tassare le case sfitte, cosa che al momento non è nei poteri del Comune, ma sulla quale si può lavorare. Poi c’è la necessità di ripensare il welfare. Milano è una città fatta di famiglie e di persone sole che, però, non sono veramente sole: hanno reti di cura solidale molto forti. Dobbiamo riuscire a fare in modo che anche i regolamenti comunali accolgano questo tipo di vita.
Certamente Milano può lavorare sul salario minimo per i propri dipendenti.
E poi non possiamo non pensare all’ecologia, perché abbiamo avuto un’estate terrificante. Bisogna non soltanto fare interventi per avere più verde, contribuire alla depavimentazione e creare piazze-spugna, ma anche ripensare proprio tutta la progettazione urbanistica, per esempio pensando all’ombra come a un elemento centrale, soprattutto nei quartieri periferici, che sono spesso anche quelli meno verdi in partenza. Non si può pretendere che a questa crisi climatica globale vengano date risposte individuali, che siano il condizionatore o il riciclo. Questi sono tre primi aspetti, ma ce ne sono molti altri.

Ormai c’è una congestione di candidati, diciamo, di area a sinistra all’interno del centrosinistra. Non c’è il rischio che, se poi mai ci saranno queste primarie, si finisca in realtà per favorire un candidato o una candidata moderata?
“Intanto, appunto, non sappiamo neanche se ci saranno le primarie, quindi mi sembra un po’ fasciarci la testa prima di essercela rotta. Io credo veramente che moltiplicare le voci e i punti di vista possa essere d’aiuto, se pensiamo non a una gara, a una competizione di nomi, ma alle eventuali primarie come a uno spazio di discussione collettiva.
Avere più voci può permettere di avere più punti di vista e di far emergere problemi che altrimenti non emergerebbero. Sicuramente anche portare una visione femminista all’interno della città significa ripensare il genere in un altro modo. Certamente i rischi ci sono, ma io credo che questo non sia tanto il momento della tattica elettorale, quanto il momento di provare a ricostruire anche una connessione emotiva con la città.
A noi magari appassiona il dibattito sulle primarie, ma la città non è, in questo momento, particolarmente appassionata alla partecipazione politica e i tassi di astensionismo sono molto alti. Quindi, riportare le persone al centro del dibattito mi sembra prioritario, prima ancora di capire quali nomi, in che modo e con quali regole.

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