Accordo tra Curdi e Damasco: dall’autonomia a una fragile integrazione

Dopo inefficaci cessate il fuoco e fragili patti, l’accordo raggiunto fra Damasco e le Forze Democratiche Siriane a guida curda mette auspicabilmente fine all’escalation di tensione che nelle ultime settimane ha provocato violenze, vittime civili e migliaia di sfollati nel già martoriato nord-est della Siria.
Le forze curde ci arrivano stremate, da una posizione di sostanziale isolamento sul piano internazionale, e accettano un riarrangiamento militare e amministrativo ben lontano dalle richieste originali in termini di federalismo e autonomia, perdendo formalmente l’80% del territorio che controllavano prima dell’offensiva governativa e permettendo l’ingresso delle forze di sicurezza siriane in storiche roccaforti curde come Hasakah e Quamislo.
Allo stesso tempo quanto ottenuto è più di quello che il presidente siriano al-Sharaa era disposto a offrire nell’accordo discusso il 18 gennaio e mai messo in pratica. Anche sul piano dell’integrazione dell’SDF nell’esercito regolare i curdi riescono a strappare qualcosa in più, ovvero la formazione di 3 brigate e non una dissoluzione totale a livello individuale. La maggiore flessibilità dimostrata da Damasco da diversi analisti viene messa in relazione alle pressioni degli Stati Uniti esercitate tramite l’inviato speciale in Siria Tom Barrack. Sono comunque ancora poco chiari e lacunosi nell’accordo alcuni aspetti fondamentali per il raggiungimento di una pace duratura: la tutela dei diritti dei curdi è un accenno vago, le catene di comando tra esercito e brigate curde non sono specificate e non si capisce come verranno governate le aree che restano come enclave curde. Per la nuova Siria si tratta comunque di un passaggio storico.
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