Marco De Martino

In ricordo di un giovane popolare

venerdì 17 febbraio 2017 ore 11:29

Abbiamo chiesto a Fabio Terragni un ricordo di Marco De Martino, uno delle colonne della mitica Rubrica Giovani di Radio Popolare.

Le parole non mi sono quasi mai mancate, ma stavolta fatico: devo scrivere al passato, ma con Marco il tempo l’ho declinato solo al futuro.

Eravamo poco più che adolescenti, 17-18-20 anni; era la fine degli anni 70, i primissimi 80; il nostro quotidiano era pieno di passioni, e con Marco abbiamo condiviso il primo amore professionale: Radio Popolare.

Siamo arrivati più o meno insieme alla Rubrica Giovani, straordinaria finestra su un mondo in ebollizione, e – con la guida di Paolo Hutter – l’abbiamo fatta diventare un appuntamento frequentatissimo, e non solo dai giovani protagonisti.

Politica, musica, sentimenti, costumi, vizi e virtù di una generazione in trasformazione accelerata. Marco, studente del Liceo Manzoni, bello e discreto, era l’unico vero giornalista del gruppo. Si occupava – per sua stessa ammissione – del cazzeggio, del lato apparentemente leggero, dell’intimità dei nostri interlocutori, che con lui si aprivano senza timori, indagati con empatia, rispetto, profondità.

Queste sue doti le ha poi trasferite alla carta stampata: Panorama e il gruppo Mondadori, Wired, Vanity Fair e il gruppo Condè Nast. Trasferitosi a New York negli anni 90, ha scritto anche per giornali americani, come il magazine del New York Times. Ha intervistato grandi star e analizzato la, a volte per noi incomprensibile, politica americana.

Tutti quelli che lo hanno conosciuto ne hanno apprezzato la modestia, la serietà, la professionalità, la gentilezza, e il sorriso.

Dalla pagina Facebook che la moglie Abigail ha aperto dopo la sua morte, apprendo che era diventato un punto di riferimento – personale e professionale – per i giornalisti italiani negli USA.

E scopro aspetti e storie, raccontate da chi gli è stato vicino come da chi lo ha solo incontrato, accomunate dalla sua riservata ma netta personalità. Leggere di Marco aiuta a superare l’intollerabilità della sua scomparsa. Ad accettare, come lui avrebbe certamente fatto, il vuoto che ha lasciato.

 

Marco De Martino nello studio "Metro Cubo" di Via Pasteur, Radio Popolare 1979, con Alberto Rossetti e Fabio Terragni

Marco De Martino nello studio “Metro Cubo” di Via Pasteur, Radio Popolare 1979, con Alberto Rossetti e Fabio Terragni

 

E questo invece è il testo che Marco De Martino scrisse per la “Garzantina” Vedi alla voce Radio Popolare. L’autobiografia collettiva di una radio ancora libera, a cura di Sergio Ferrentino con Luca Gattuso e Tiziano Bonini, pubblicata nel 2006 in occasione del nostro trentennale.

Marco De Martino

Giornalista. Dal 1977 al 1982 nelle redazioni informazione e programmazioni di RP. Corrispondente a New York di Panorama.

“Avevo 17 anni e RP allora era come internet oggi: ogni volta che ti collegavi scoprivi un nuovo modo di usarla. Attraverso quei microfoni si organizzavano manifestazioni e serate tra amici, si confessavano per la prima volta in diretta i propri problemi sessuali, qualcuno finiva col fidanzarsi, e gli ascoltatori venivano continuamente invitati a diventare reporter.

E così feci. Senza che nessuno me lo avesse chiesto una sera presi un vecchio registratore e andai alla Casa della Cultura, dove parlavano i filosofi André Glucksman e Bernard-Henri Levy. Ma arrivai tardi, non riuscii a entrare e quindi mi misi ad intervistare quelli che erano rimasti fuori. Tra loro c’era Fernanda Pivano e mi sembrò uno scoop. Quando arrivai alla radio scoprii che le interviste non si sentivano perché non avevo aggiustato il volume. “Potresti fare il corrispondente dal Manzoni” mi dissero Paolo Hutter e Ivan Berni.

La sede era già in via Pasteur: ci rimasi cinque anni in una via di mezzo tra impiego e riflusso, come si diceva allora, che si rifletteva nei vari gruppi in cui era divisa la radio. Come molti della Rubrica Giovani anch’io tenevo un po’ alla larga quelli del sindacale, ma il problema non era solo il soggetto sociale di riferimento (gli studenti o gli operai). Il fatto è che a me sembrava che loro non avessero colto lo spirito della radio, che non era l’ortodossia ma la trasgressione. Certo, facevamo tante interviste alle manifestazioni, ma quello che mi è rimasto veramente dentro è tutto il resto. Lunghe conversazioni con i punk del Virus, le storie raccolte tra gli eroinomani al Parco Lambrate, ridicole serate alla Odissea 2001 e al Punto Rosso a registrare l’avvento della disco music, i servizi da Londra ospite non so quanto desiderato di un sociologo delle sottoculture, incursioni tra i sorcini di Renato Zero. Anche gli argomenti più frivoli erano trattati con una certa sociologica scientificità che faceva parte dei tempi: quando ci prendevamo sul serio parlavamo di osservazione partecipante. Intanto ascoltavo i collegamenti di Carlo Panella da Teheran: lui parlava della rivoluzione iraniana, ma la vera rivoluzione per me era poter seguire in diretta un grande fatto internazionale attraverso una radio locale.

Cominciai a fare anche i notiziari: era stato il giornalismo, alla pari della politica, a portarmi alla radio. Ma intanto il gruppo degli inizi cominciò a sfaldarsi, uno partiva per Poona, altri per le redazioni dei giornali, prima guardati come traditori poi come anticipatori di un destino che sarebbe stato quello dei tanti. Per me quel destino arrivò con le telefonate sempre più insistenti delle redattrici dei settimanali, che consideravano noi della Rubrica Giovani degli esperti.

Se sembra come un film di Moretti è perché un po’ lo era, con tanto di conclusione scontata: sono finito anch’io in un settimanale, a “Panorama”, nella redazione di New York. Ogni volta che ritorno a Milano però guidando ascolto la radio: quando sento la sigla del notiziario capisco di essere a casa”.

 

Aggiornato martedì 21 febbraio 2017 ore 17:01
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