Il caso di Catania

Morire di malasanità e di obiezione di coscienza

venerdì 21 ottobre 2016 ore 18:10

Valentina Milluzzo aveva 32 anni e voleva diventare madre ma il suo sogno e quello di suo marito si è infranto in un freddo ospedale di Catania. Al quinto mese di una gravidanza gemellare, dopo una dilatazione improvvisa, la donna viene ricoverata e sembra che tutto proceda bene.

Per due settimane, infatti, le sue condizioni sembrano buone, ma il 15 ottobre qualcosa inizia ad andare storto. Al mattino, Valentina ha la febbre molto alta, le viene somministrato un antipiretico ma dopo poco la febbre risale a 39 e comincia ad accusare dolori lombari, nausea e vomito. “Dalle 9.30 alle 15 la donna non incontra nessun medico pur reclamandolo – racconta l’avvocato della famiglia, Salvatore Catania Milluzzo – poi alle 15.30 il medico la vede, ma solo perché i parenti, preoccupati, chiedono alle infermiere di portarla con la barella dal medico”.

A questo punto Valentina non è più nella sua stanza e il marito e i genitori la perdono di vista fino alle 19, quando, stanchi di non avere notizie, la cercano e la trovano semi svenuta, con la pressione minima a 50 e la temperatura a 34. “Da lì in poi non si capisce bene cosa succede – dice ancora l’avvocato – lei ha ancora dolori atroci e allora il medico decide finalmente di fare un tracciato dal quale emerge che uno dei feti è in sofferenza. E’ a questo punto che il dottore dice ai familiari di non poter procede con l’aborto perché è obiettore di coscienza e quindi deve attendere che il feto muoia naturalmente”.

Valentina, tra atroci sofferenze, aspetta che il figlio le muoia in grembo mentre anche il secondo feto comincia a soffrire. I familiari chiedono che si intervenga almeno sul secondo bimbo, ma anche in questo caso sembra che la risposta sia stata negativa. Alle 15 i gemellini muoiono entrambi e Valentina viene portata in sala operatoria. “Dopo un po’ il medico dice ai parenti che c’è una sepsi in corso e che la donna è nelle mani di Dio” – spiega Milluzzo. Valentina viene trasferita in rianimazione, ma non ce la fa e muore.

Il caso sale alla ribalta nazionale e la ministra Beatrice Lorenzin manda gli ispettori che da stamattina sono al lavoro in ospedale per accertare se siano state rispettate tutte le procedure previste, ma intanto la Procura di Catania ha iscritto nel registro degli indagati 12 medici.

“L’attenzione si è concentrata sulla questione dell’aborto, ed è diventato un caso anche perché, intanto, la struttura ospedaliera dove il medico opera ha respinto categoricamente le accuse avanzate dalla famiglia”. Il direttore generale dell’ospedale catanese, Angelo Pellicano, ha detto che il medico si è rifiutato di procedere all’aborto perché la donna rischiava troppo, non per una questione di coscienza. Lo stesso ha detto anche il primario, Paolo Scollo, che però non era presente quel giorno.

“La questione, però, è molto più complessa – puntualizza il legale – Una ragazza sana entra in ospedale e ne esce morta perché non è stata curata. E’ possibile che i problemi siano sorti nella settimana precedente, che quella febbre e quei dolori atroci così ignorati e sottovalutati fossero già il sintomo di un problema. Questo, dunque, potrebbe essere l’ennesimo caso di malasanità che però verrebbe ignorato come gli altri se non fosse per la questione dell’aborto”. Saranno le indagini a dover chiarire se sia vera la versione della famiglia o quella dell’ospedale, ma in ogni caso, all’ospedale Cannizzaro di Catania, su 12 ginecologi tutti sono obiettori di coscienza.

Aggiornato lunedì 24 ottobre 2016 ore 16:56
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