15 anni dal G8

G8 Genova: cosa è stato quel luglio 2001

mercoledì 20 luglio 2016 ore 12:01

Berlusconi aveva vinto le elezioni per la seconda volta, da soli 40 giorni. Largamente, il suo sarebbe stato il governo più longevo della Repubblica. A Genova, in luglio, l’esordio. Il 19 luglio del 2001, andava in scena il G8, i capi di Stato dei Paesi più industrializzati, passerella del neolibersimo mondiale. Berlusconi li accolse con una scenografia mussoliniana, scenari posticci, cuore delle cerimonie in mare, su una nave, città blindata da migliaia di agenti, carabinieri, anche finanzieri, per contenere le manifestazioni dell’opposizione, che non era quella del centrosinistra – vergognosamente assente – ma quella dei movimenti no-global (si diceva allora), attorno ai quali era accorsa tanta gente, forse 300mila persone, militanti ma anche popolo sensibile all’etica di una economia non dettata dai mercati, popolo schierato con la democrazia che già si percepiva in pericolo in Italia, con i diritti delle persone che già si sapeva aggrediti nel mondo da interessi globali.

Attorno al centro di Genova furono erette barriere a delimitare una “zona rossa” invalicabile. Blocchi ai caselli autostradali. Treni fermati, cancellati, dirottati per drenare l’afflusso. Gli scontri cominciarono il secondo giorno e proseguirono per 48 ore, con brevi intervalli. Cariche contro la folla, inseguimenti nei vicoli, aggressioni a popolo inerme, tutti ricordano il carosello dei black block, gruppi mascherati che innescavano scontri, fuggivano inseguiti ma mai raggiunti da agenti che lungo il percorso bastonavano tutti gli altri. L’enorme corteo che si sbandava, famiglie, persone palesemente pacifiche bloccate tra gas lacrimogeni, cariche, persino sbarchi dal mare di agenti che attaccarono ai fianchi. Si fece in modo che la folla non avesse vie di sbocco, fosse intrappolata, non si volle disperdere ma si volle ferire. Un’operazione militare guidata da una cabina di regia, allestita da Claudio Scajola, ministro dell’Interno, presidiata da Gianfranco Fini, vicepresidente del Consiglio.

Fu chiaro (e Radio Popolare lo disse subito in una memorabile diretta) che erano saltate le garanzie democratiche, che non si mirava a proteggere il G8 ma a esercitare una prova di forza tesa a demolire le opposizioni politiche e sociali, a scoraggiare proteste, a connotare la fisionomia di un potere che non si sarebbe lasciato condizionare dai parametri di una democrazia, un nuovo potere che qui voleva marcare fino in fondo la sua autonomia da valori etici, costituzionali, politici che erano corsi dopo la caduta del fascismo.

E fu ancora più chiaro quando cadde Carlo Giuliani, colpito da un colpo di pistola di un carabiniere, sparato da meno di due metri di distanza, con il pretesto incredibile della legittima difesa. Il sangue del ragazzo non modificò in alcun modo il piano d’azione. Nella notte fu assalita a freddo la scuola Diaz, dove dormivano manifestanti, letteralmente massacrando decine di persone, esibendo bottiglie Molotov messe lì dalla polizia e indicate come prove a carico. E ugualmente il piano proseguì nella caserma della Celere di Bolzaneto dove i fermati furono percossi, torturati, alle ragazze furono strappati i piercing, umiliati con il solo intento di demolire ogni velleità di contestazione.

La presenza di tanti stranieri, le cronache di tanti giornalisti (alcuni dei quali furono fisicamente menomati) consentirono che la stampa internazionale e non poca di quella italiana denunciassero gli orrori di Genova. E se ne parlò per mesi, con qualche ripercussione sugli equilibri di governo, almeno fino all’11 settembre quando l’attacco alle Torri Gemelle cambiò le priorità delle cronache.

La stagione più intensa del parafascismo berlusconiano era comunque cominciata. Attingeva a profonde pulsioni qualunquiste della società italiana, si giovava della crescente inconsistenza di alternative della sinistra, sia pure goffamente, e navigando tra clientele, mafie, corruttele, proponeva nuovi modelli della gestione della cosa pubblica le cui conseguenze, a distanza di 15 anni, sono la zavorra del presente.

I DS, poi PD, ne uscirono ulteriormente indeboliti, per l’assenza a quel confronto cruciale. Non avevano capito che lì si giocava una battaglia per la democrazia. La sinistra più radicale, ambientalista, impegnata nelle battaglie civili, nella difesa dei diritti, ne usciva frastornata, pagava la fiducia nella protesta democratica che si era rivelata troppo vulnerabile in assenza di un solido referente politico. Era destinata a frantumarsi in mille rivoli, ciascuno encomiabile, ma incapace di sintesi complessive che aggregassero un progetto alternativo convincente. E anche questa, ancora, è storia del presente.

Aggiornato venerdì 22 luglio 2016 ore 08:10
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